francesca cavallin

INTERVISTA A FRANCESCA CAVALLIN

L’attrice bassanese è tra i protagonisti della fiction rai Di padre in figlia”, serie tv in gran parte girata proprio a Bassano del Grappa nell’autunno del 2015. Per lei tanta emozione e un ritorno alle origini. Noi della redazione di Occhi l’abbiamo raggiunta per un’intervista tutta da raccontare.

Francesca al telefono è stata da subito molto cordiale e disponibile, lei che è una bassanese doc ci conosce bene e ha accettato molto volentieri di essere intervistata. Fin dalle prime battute è subito emerso il suo essere fortemente legata alla città, alla sua famiglia, e al suo Veneto.

Che emozioni hai provato nel recitare proprio nella tua città?

Ricordo ancora molto bene l’emozione che avuto per il primo ciak, fortissima, quasi fosse il 1° ciak di tutta la mia carriera. Le prime scene si sono girate in Piazza Libertà uno dei luoghi principali di Bassano, in quel momento ho avuto la sensazione netta che si stesse finalmente chiudendo un cerchio nella mia vita. Nella mia testa finalmente tutte le mie scelte professionali, che hanno inevitabilmente causato uno strappo con la mia vita da ragazza, hanno acquistato senso e significato.

La fiction è ambientata in un periodo storico che va dalla fine degli anni 50 all’inizio degli anni 80. Bassano per le riprese è stata letteralmente trasformata. In molte scene riconoscevo la Bassano della mia primissima infanzia, quella degli anni ’80, quando le auto potevano passare per il Ponte degli Alpini, e discesa Brocchi era a doppio senso di marcia (da diversi anni il Ponte è chiuso al traffico e la discesa ha un solo verso). Nella Bassano degli anni 60 e 70 riscontravo analogie con quanto mi era stato raccontato dai miei genitori e dai miei nonni.

Di quei giorni conservo l’unica foto che ho su un set cinematografico con i miei. Ogni volta che la vedo a casa mi emoziono perché mi fa capire dove sono e la forza delle mie origini.

Prendo spunto da questa riflessione e chiedo subito: qual è stato il ruolo del “caso” nella tua vita?

Penso che la grande scelta della mia vita sia stata quella legata ai miei studi universitari. Dopo le superiori mi sono iscritta alla facoltà di lettere moderne con indirizzo “Storia dell’arte”. Per chi è nato nella provincia veneta questa scelta non era assolutamente facile, anzi! Non appena lo dicevi ai parenti o agli amici di famiglia loro ti guardavano con uno sguardo misto fra la commiserazione e lo stupore (nell’immaginario collettivo eri destinata inevitabilmente alla disoccupazione o all’insegnamento, comunque alla povertà). Il Veneto è terra di produzione, di micro industrie, mio padre per primo mi diceva “Cosa feto”, “dove veto”. Noi veneti lavoriamo con la testa bassa, in famiglia ci insegnavano a volare basso per paura di cadere, se il sogno era troppo alto. Io nella mia testa non riuscivo a crearmi un sogno troppo grande ma avevo la sensazione di poter raggiungere e fare cose straordinarie.

Tutta la mia vita è stata segnata, e un po’ influenzata, da delle donne che mi hanno permesso di alzare la testa e provare a volare più alto. La prima è stata la mia professoressa di tesi all’università. Pochi giorni dopo la laurea sono andata nel suo ufficio per salutarla e ringraziarla, stavo quasi per andarmene quando lei mi chiese: “Francesca, senti, ma a te interesserebbe fare carriera universitaria?” Mi si è riempito il cuore di gioia, era un mio desiderio ma non osavo neanche ipotizzarlo nella mia mente, tanto sembrava impossibile. Ho cominciato così il mio lavoro come assistente universitaria.

Un paio di anni dopo lavoravo a Milano in una galleria d’arte, lo stipendio non mi era sufficiente, mio padre, e di questo gliene sarò sempre grata, mi diceva che se volevo continuare con quella scelta dovevo riuscire a sbrigarmela da sola, così per integrare quanto guadagnavo della galleria facevo anche la modella. Lo avevo fatto negli anni dell’università per mantenermi ed era perfetta come soluzione temporanea. A Milano l’agenzia che mi seguiva mi fece conoscere un’agente che dirigeva la sezione cinema/teatro. Durante un colloquio lei mi guardò bene negli occhi e mi disse “Ma tu devi fare l’attrice!”. Ancora una volta una donna aveva dato forma ad un’idea che io sentivo dentro di me ma che non avevo il coraggio nemmeno di ripetermi ad alta voce. Il mondo in quel momento si è fermato e la mia risposta fu “No, non posso!”. Mi vedevo troppo vecchia (avevo 26 anni) e soprattutto non avevo studiato recitazione. Lei mi suggerì il nome di una scuola privata di recitazione e così tutto ebbe inizio.

Ritornando alla domanda iniziale sul ruolo del caso, penso che forse il caso mi fatto conoscere queste donne così importanti per la mia vita, io ho avuto la capacità di saper cogliere queste possibilità e di non sprecarle. Sia all’università che poi nella mia carriera da attrice, ho lavorato duramente per formarmi e per raggiungere risultati sempre più importanti. Non siamo foglie trascinate dal vento.

Ritornando alla fiction “Di padroni figlia”, come è iniziato tutto per te?

Un giorno il mio agente mi ha chiamato al telefono e mi ha detto: “Francesca, non ci crederai, ma la Rai sta programmando una fiction da girarsi a Bassano del Grappa!”. Mi sono subito detta che dovevo riuscire a farne parte. Ho letto la scenografia scritta dalla Comencini e me ne sono subito innamorata. Il direttore casting mi propose di fare un provino per il personaggio di Pina. Più leggevo il copione e più coglievo delle coincidenze incredibili fra la mia vita e il mio personaggio. Una mia pro zia si chiamava proprio così, il mio personaggio è una sarta e mia nonna Mira ha fatto proprio quel lavoro. Pina nella fiction vince il Rischiatutto condotto da Mike Buongiorno e l’unica cosa che ho mai vinto è stata una puntata speciale dedicata ai personaggi televisivi del programma “Il Migliore” condotto proprio da Mike. Nella storia il mio personaggio apre un negozio a Milano e il regista ha scelto come negozio di Pina, il negozio vintage Cavalli e Nastri a Brera… proprio dove io ho acquistato il mio abito da sposa.

Le coincidenze sono state tantissime, la parte non poteva che essere mia, mi sono preparata molto per passare il provino e così è stato.

Quello trattato è un tema a te molto caro, si parla del ruolo della donna e del suo diventare indipendente. Sei soddisfatta di come è stato sviluppato dalla fiction?

La Comencini e le altre sceneggiatrici hanno colto benissimo quello che era lo spirito della gente veneta di quei tempi, quale fosse il ruolo della donna e quanto fosse forte per molte il desiderio di far valere la propria forza e capacità all’interno delle aziende paterne.

Cosa hanno detto i tuoi colleghi di Bassano e dei bassanesi?

Tutto il cast e gli operatori si sono trovati benissimo sin dai primi giorni, il clima era affettuoso, eravamo felici di lavorare in città e quando tutto è finito più di qualcuno ha rimpianto il tempo passato da noi.

Ogni tanto emergevano delle domande come “Ma voi veneti quanto bevete?!”. E’ uno stereotipo che non riusciamo proprio a far passare, in compenso in tanti che venivano da Roma e che pensavo che noi veneti fossimo freddi e distaccati hanno dovuto ricredersi, passato una primo momento di conoscenza reciproca diamo il meglio di noi.

Quando sei a Bassano cosa ti piace fare?

Io amo moltissimo passeggiare per le vie del centro di Bassano, Piazza Garibaldi, Piazza Libertà e poi giù fino al Ponte Vecchio. Ogni volta mi stupisco di quanto sia bella la nostra città, non mi stanco mai di scoprire scorci nuovi e nuove prospettive. La vista che cogli dal ponte nuovo guardando il Ponte Vecchio è stupenda, è una delle mie preferite. Non mi stanco mai di percorrere il lungo brenta, il sentiero che ti porta a Solagna percorrendo l’argine del fiume nelle due direzioni: in ogni stagione ha un fascino indescrivibile. In più, come tralasciare le colline di Sant’Eusebio, San Giorgio, la Caluga fino a Valrovina!

Quello che mi piace molto del mio essere bassanese è il fatto di essere estremamente legata alla stagionalità dei prodotti della terra. Finalmente dal 19 marzo siamo entrati nella stagione degli asparagi e nella mia testa si possono mangiare solo da San Giuseppe a Sant’Antonio (13 giugno). Ne vado pazza. Questo rispetto per la stagionalità mi ha insegnato a saper aspettare e ad apprezzare i prodotti tipici non sono di Bassano ma anche dei comuni vicini come le ciliegie di Marostica o i piselli di Borso del Grappa.

Dalle tue parole si capisce in maniera chiara quato tu sia legata alla tua città.

E’ forse una caratteristica proprio di noi veneti l’attaccamento fortissimo alle nostre origini e al nostro dialetto, non parlo della nostra tipica inflessione, ma proprio della impossibilità di fare a meno di alcune espressioni dialettali. Nei momenti di forte emozione, di affetto o di rabbia ci sono espressioni della mia infanzia che più di tante parole esprimono il mio stato d’animo. Quando vivi in un’altra città guardi alle tue origini in maniera profonda. In più occasioni rifletto fra me di quanto a tutti i livelli sociali le persone venete amino esprimersi in dialetto. Il Veneto è una terra dalla piccola imprenditoria capace di esportare il proprio prodotto all’estero, molti parlano più lingue e a volte parlano meglio l’inglese che l’italiano e comunque a casa propria preferiscono il dialetto. Forse tutto questo lo dobbiamo alla Serenissima Repubblica di Venezia, fiera del proprio isolamento lagunare ma votata al commercio e all’incontro con altre culture.

Cosa non ti piace di Bassano o se preferisci cosa ti piace meno.

Occorre intervenire subito sul Ponte Vecchio non è possibile vedere il nostro monumento più caratteristico soffrire in questo modo. [Quando abbiamo fatto l’intervista erano appena iniziati i lavori per la sua ristrutturazione]. In più ho visto durante le riprese e vedo sempre quando ritorno a casa, troppi giovani bere senza controllo. Bassano è una cittadina viva ed è molto bello vedere gente che popola i locali che vanno verso il Ponte, il problema è che penso che in tanti abbiano passato il segno. Il bicchiere va bene per rilassarsi e ridere in compagnia ma c’è un limite.

Cosa consiglieresti ad una ragazza che vuole intraprendere la tua strada?

Negli ultimi anni la televisione ha diffuso credenze non vere sul nostro lavoro, è passato il messaggio che tutto dipenda dal colpo di fortuna, e che sia facile. Certo la fortuna aiuta, nel mio lavoro come in tutti gli altri. La vita è fatta di occasioni che occorre saper cogliere, di coincidenze, di incontri importanti, ma alla base del mio lavoro come di tantissime altre professioni c’è la preparazione, la dedizione, e la determinazione. Nel mio occorre avere anche talento, quel quid in più. Il successo non dipende solo da te ma da un’insieme di variabili, occorre avere le spalle larghe per andare avanti. Ci sono momenti in cui tutti ti cercano altri in cui non riesci quasi più a lavorare. E’ proprio in quei momenti che deve uscire il tuo carattere, la tua tempra. Bisogna anche prepararsi un piano B, essere coscienti del fatto che per un motivo diverso non si riesca a realizzare quel sogno. Mai perdere di vista da dove sei arrivato e il valore della tua persona e non del personaggio.

Questo sempre, a prescindere del mestiere che fai.

outfit Stefanel

styling Arianna Ciaralli

styling assistant Maria Grazia Scaccia

foto Cosimo Buccolieri

press office Mpunto Comunicazione

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