Fulvio Ervas

Un caffè in libreria

Rubrica letteraria sul mondo della lettura: interviste, curiosità, approfondimenti sugli autori del nostro territorio a cura di Loris Giuriatti 

Professore e scrittore

“Non mi sento uno scrittore, ma amo raccontare storie e penso di farlo con grande passione”

 

Inizia con Fulvio Ervas il ciclo di interviste dedicate agli scrittori veneti delle nostre terre. Un ciclo condotto da Loris Giuriatti scrittore bassanese autore di libri di grande successo quali Lassù è casa mia, L’angelo del Grappa, La perla del Brenta.

Gli scrittori con le loro storie ci fanno vivere emozioni diverse ma non sono super eroi distanti dal nostro mondo. Chiaccherando con loro vogliamo conoscerli di più per dare ai nostri lettori nuovi spunti per entrare in libreria.

“Buongiorno Fulvio, mi piacerebbe scambiare due parole con te, è possibile?”

 

Inizia così la storia di questa chiacchierata, e ci tengo a definirla tale, con Fulvio Ervas, uno dei grandi autori veneti contemporanei.

L’appuntamento è nella piazza centrale di Castelfranco, il primo caldo venerdì pomeriggio di marzo.

Racconto a Fulvio del pregiudizio di molti, che ritengono gli autori dei personaggi inavvicinabili e gli parlo del mio progetto di voler dimostrare il contrario, pochi minuti e sembriamo amici da sempre.

Non sono necessarie nemmeno delle vere e proprie domande, la chiacchierata parte spontanea:

 

“Sorrido al pensiero di essere considerato un VIP, quello lo lascio fare ai personaggi dello spettacolo, io sono un professore che ama scrivere. Sono molto fiero della mia formazione tecnica che è sempre stata fondamentale per la stesura dei miei romanzi, uno scienziato non può essere retorico. Questa considerazione mi ha permesso di essere preciso, intrigante e scientificamente onesto con il lettore.”

 

Dei tuoi tanti libri, due sono diventati famosi più degli altri per motivi differenti: prima la bellissima storia raccontata in “Se ti abbraccio non aver paura” che oltre ai meritati premi è divenuto un libro di narrativa molto letto nelle scuole, poi “Finché c’è prosecco c’è speranza” che è diventato la sceneggiatura di uno splendido film.

Sono fiero di entrambe le cose, ma se mi stai per chiedere quale dei due libri preferisco, te ne nomino un altro: “tu non tacere”, lo hai letto?

 

Annuisco e lascio continuare Fulvio, avverto che sta per parlare con il cuore.

Qualche tempo fa, sono stato contattato da un’azienda che lavora nel campo medico. L’ aspettativa dei titolari era che io scrivessi un libro per raccontare la storia della loro società. Non me la sono sentita, la richiesta era troppo lontana dal mio modo di scrivere. Qualche tempo dopo, fui mio malgrado coinvolto in due episodi medici, simili ma diametralmente opposti. Il primo capitò a mia madre anziana, ricoverata per un piccolo problema di salute, che si trasformò in un vero dramma per una leggerezza medica. 

Il secondo caso toccò a mia moglie. Investita da un’auto, fu portata in pronto soccorso dove un giovane ma preparato cardiologo, notò che oltre alla diagnosi, comunque già seria, c’era qualcosa in più che non gli tornava. Tenacia, passione per il lavoro e per la vita umana, gli fece trovare un pericolosissimo problema che risolse. Senza l’intervento dello scrupoloso dottore, forse mia moglie non sarebbe qui!

Considerai quanto mi era accaduto come un messaggio, ricontattai l’azienda, proposi la mia idea di racconto, l’accettarono e mi fornirono tutto il loro appoggio e supporto tecnico. Scrissi così una storia a modo mio; precisa, scientificamente corretta ma umana, come lo è sbagliare. “Tu non tacere” racconta la storia del giovane Lorenzo, studente di medicina che dopo la perdita del padre cerca una verità nascosta, qualcosa che non gli torna, un tarlo che lo accompagna. Non lo farà da solo, ma assieme a tre donne toste, Tosca, Norma e Tina, che del diritto alla salute sono sceriffa, contabile e poeta.

La storia racconta un caso di mala sanità? Non mi piace quel termine, non mi appartiene. Direi piuttosto una ricerca personale per dimostrare che se fallisci il tuo posto nella vita, se sbagli mestiere, per quanto tu ti nasconda, prima o poi la vita ti stana. La sanità è solo un esempio. Certo, l’errore medico è un errore che si paga più caro che in professioni, ma bisogna comunque trovare il coraggio di ammetterlo. Anche nel nostro lavoro (entrambi lavoriamo nella scuola n.d.r) c’è chi è fuori posto, docenti che non sono portati ad insegnare. Bisogna trovare il coraggio di cambiare, ci guadagnano tutti.

 

A proposito di cambiamenti, “Finché che prosecco c’è speranza” è diventato un film, il tuo libro, i tuoi personaggi sono divenuti sceneggiatura. Antonio Padovan ha dato vita al famoso ispettore Stucky a suo modo, interpretato da Giuseppe Battiston. Il “tuo” stucky era così?

No, il mio stucky assomigliava più a te! Lo immaginavo sì con la barba, ma non corpulento come Battiston. Questo non significa che non ho apprezzato la scelta di Antonio, anzi, sto scrivendo una nuova avventura con protagonista l’ispettore Stucky e credimi ogni volta che scrivo una battuta perso:” questo Battiston non lo avrebbe mai fatto!”. Lo Stucky di Padovan mi sta condizionando, chi leggerà le prossime avventure del mio ormai famoso ispettore avrà inevitabilmente davanti l’immagine di Battiston, mi sto adeguando.

Tornando al film, ti devo fare i complimenti, la fotografia è magnifica, penso sia un prezioso regalo alla nostra terra.

Grazie, penso anch’io che sia un documento prezioso per il nostro territorio. Il film sta girando il mondo, non solo l’Europa, ma anche l’America e l’Asia. Si sente sempre e solo parlare di Champagne, invece con questo film raccontiamo la terra del prosecco, il Veneto meno conosciuto ai piedi delle più blasonate e famose dolomiti. In tutto il film e nel libro, più volte i protagonisti parlano del “vino fatto bene”. Un omaggio alla nostra terra e a chi la ama, accentuando ancora più il contrasto con chi, quella stessa terra non la rispetta, abusandone.

 

Ora su cosa stai lavorando?

Sono molto impegnato a girare l’Italia per presentare film e libri. Ho da poco presentato “nonnitudine” un romanzo introspettivo, dedicato al mio nuovo stato di nonno.

 

Come nonno, ma quanti anni hai?

Sessanta tre, non sono più un ragazzino, anche se mi sento ancora molto giovane.

 

L’incontro non si può che chiudere nella vicina libreria. La mia curiosità letteraria è tanta e non resisto, devo avere una copia di “tu non tacere” autografa, poche parole d’amicizia che sugellano questo splendido incontro di inizio primavera.

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