LA STORIA DI MARCO

IL MASTRO VETRAIO CHE CORRE COI DISABILI

Su una colonna ha appeso un cartello. “Chi crea, dona. Chi copia, ruba”. Lui ti guarda da dietro un occhiale asimmetrico, una lente è ellittica e l’altra rettangolare. Si siede davanti ad una ruota di pietra, lambisce un bicchiere di vetro, appoggia i gomiti su due cuscinetti e fa roteare la mola, incidendo in un soffio magico il vetro. La tecnica è raffinata, pare un pittore che muove la tela invece che il pennello. Inutile chiedergli come ha fatto a far apparire quell’immagine, in quei gesti ci sono tre generazioni diverse, c’è un secolo di sapienza. Siamo a Treviso, nel laboratorio di Marco Varisco. Qui l’erede della dinastia degli incisori su vetro veneziani – iniziata dal nonno Marco e tramandatagli dal padre Italo – sperimenta e disegna, attorniato da foto, attestati e libri che danno l’idea della sua notorietà. Ci sono campioni del mondo dello sport, dallo sciatore Alberto Tomba alla divinità Nba Julius Erving, ma anche volti dello spettacolo e persino il Papa. Ma lui non le guarda, pensa solo alla bellezza. Si alza in piedi e ti porge un cono di luce e vetro. “Guarda nell’anima del cristallo, devi costruire l’immagine da dietro per vederla davanti. Facile, no?”.

L’effetto è eccezionale. Ma come fa Varisco ad essere così preciso?

“Avevo undici anni quando ho copiato un oggetto da Bruno, uno egli artigiani del nostro laboratorio, un uomo che lavorava con noi da quaranta anni. Mi sono preso una sberla sia da lui che da mio padre: pensavo di essere bravo, invece ho imparato che copiare è sleale. Praticamente non sono più andato a scuola. Da allora ho iniziato ad incidere ogni giorno, per milioni di volte: a 13 anni mi sono fatto da solo le bomboniere per la Cresima. Ed ecco il risultato”.

Nella vostra famiglia avete una storia lunghissima. Tuo padre dice che le perle, ossia le generazioni che passano, aumentano il valore della collana. Cosa vi rende unici?

“Sicuramente è la passione. Da mio nonno fino a me, abbiamo sempre lavorato con amore. Pensi che nei musei del Vaticano e nelle stanze dei Papi ci sono nostre opere fatte nel corso degli anni: la lampada del nonno per Wojtyla, i bicchieri con lo stemma papale di mio padre per Ratzinger e una scultura cilindrica che ho realizzato io per Papa Francesco”.

Bicchieri, vasi, decantatori, decanter, trofei sportivi in cristallo molato, incisione di testi e disegni direttamente sul vetro. Nella tua vita hai creato capolavori di ogni genere. Dovendone citare tre, quali sceglieresti?

“Quattro anni fa ho esposto al Guggenheim di New York una struttura con tre spirali che si ispirava alla forma del museo. L’altra è al Victoria Albert Museum di Londra: il Venetian Mirror, nato in collaborazione con Fabrica. Uno specchio che riflette le immagini solo se sono immobili, mentre quelle mobili risultano invisibili. Ma non dimenticherò mai quella volta che diedero ad Alberto Tomba il piatto per il suo addio all’agonismo, ci avevo lavorato tutta la notte. Lui era nervoso, era tempo di polemiche. Ma quando vide tutte le sue vittorie incise a mano, una per una, mi sorrise”.

Dall’arte alla vita reale, hai anche un passato da sportivo. Ma non ti fermi mai?

“Mi piace divertirmi, ho iniziato ad andare in palestra fin da giovane. Ho fatto king boxing, sci e sono finito persino in coppa Europa di free style. Lo sport mi è sempre piaciuto, adesso sto cercando di valorizzare quello paralimpico”.

Tra i tuoi amici c’è anche Bebe Vio, ti sei impegnato sia per i carcerati che per i gruppi di persone con disabilità psichiche. Ma il tuo successo sono le “bici dell’abbraccio”. Come va con il progetto XI di Marca e delle HugBike?

“Abbiamo messo in strada delle biciclette speciali, con un sellino davanti dove si possono sedere gli autistici. Possono provare l’emozione di correre, senza paura. L’ho fatto anche con un ipovedente, mi ha emozionato sapere che era la prima volta che sentiva sul serio l’aria in volto. Abbiamo corso anche quest’anno la Maratona di Treviso, è davvero stupendo aiutare gli altri”.

Insomma: un maestro del vetro noto in tutto il mondo, ma anche un campione della solidarietà che ama lo sport. Il segreto dietro a tutta questa energia?

“Amo quello che faccio, non dormo mai. E serve allenarsi molto in quello che si fa. E trovare soluzioni semplici, come far girare il foglio e tenere la penna ferma per disegnare un cerchio. C’è chi mi chiede se faccio una bozza sul vetro prima di far roteare la mola. No, io ho sempre seguito le istruzioni di mio nonno. Parti e vai, mi diceva. E da allora non mi sono più fermato”.

Mauro Pigozzo

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