Cristina Bellemo

Un caffè in libreria

Rubrica letteraria sul mondo della lettura: interviste, curiosità, approfondimenti sugli autori del nostro territorio a cura di Loris Giuriatti professore e scrittore “Non mi sento uno scrittore, ma amo raccontare storie e penso di farlo con grande passione”

 

Oggi il cielo è carico e si preannuncia tempesta, lo osservo mentre ascolto distratto l’ultima telefonata con lo sguardo all’insù.

L’appuntamento è con Cristina Bellemo, davanti alla libreria Palazzo Roberti. Vero che è lunedì e le librerie sono chiuse, ma per un appassionato rimane sempre il miglior punto d’incontro. Non conosco ancora personalmente Cristina, siamo solamente amici virtuali, ma proprio grazie ai social mi sono già fatto un’idea su di lei.

Cristina ama i libri e i bambini, e questo me la fa immaginare come una fatina. Non che io sia un grande esperto di fatine, ma è certo che il sorriso con cui mi accoglie al suo arrivo non fa che confermare la mia teoria.

Cristina Bellemo scrive con cuore e con rispetto, lo si capisce dal modo lieve con cui ne parla. Prima ancora di volermi raccontare di lei e delle sue esperienze, mi chiede del mio progetto e mi ascolta così volentieri da indurmi a una domanda:

 

Ascolti sempre le persone con tanta passione?

Ti sembra strano vero? Non siamo più abituati ad ascoltare le persone, oramai è un’arte in disuso, non la pratichiamo quasi più. Eppure saper ascoltare salva le vite e non solo in senso metaforico!

Uno scrittore vive di poche fondamentali regole. Saper ascoltare: le storie che ti vengono raccontate spesso sono degne di essere scritte e sono la tua linfa vitale. Essere curiosi: io lo sono tantissimo, leggo e studio continuamente. La curiosità ti allontana dalla presunzione. Se sei curioso significa che ammetti a te stesso e agli altri di avere ancora molto bisogno di imparare!

 

Quindi è ascoltando le persone che hai capito che volevi raccontare le loro storie?

Scrivere è sempre stata per me una passione. Amo proprio l’azione della scrittura. Pensa che mi piace accarezzare con i polpastrelli i fogli scritti di pugno, per avvertire l’avvallamento lasciato dalla penna sulla carta. Mi piace pensare che quello che prima era solamente un foglio bianco e piatto diviene dopo la mia incisione, perché di incisione si tratta, quasi una scultura. Una volta, in un incontro, una bambina mi ha chiesto se preferisco scrivere su fogli a righe o a quadri. Detta così sembra una domanda banale, vero? Ma se invece la pensi con l’ottica che ti ho appena descritto, la domanda ha tutto un altro sapore, in realtà lei mi ha chiesto su che supporto amo dipingere o che materiale preferisco scolpire.

 

Tu lavori e scrivi per i bambini, ma da come ne parli hai per loro un rispetto che va oltre la professione.

Certo che sì! I bambini sono sempre sorprendenti, onesti e curiosi. Sono convinti che tutto possa accadere, credono ai miracoli che la vita ci riserva e sono in grado di cambiare il mondo. Una volta, in un incontro con i bambini di una scuola, chiesi loro di portare il loro libro preferito. Una bimba mi disse che a casa non aveva nessun libro, e questo mi fece molto riflettere. La invitai ad andare in una biblioteca e a farsene prestare uno. Quando arrivò all’incontro successivo, con fierezza mi mostrò due libri, ma non presi a prestito, libri suoi! Dall’alto del suo desiderio aveva convinto la famiglia ad acquistare i loro primi libri. In un’altra occasione chiesi ai bimbi di scrivere una parola per loro significativa. Una bambina di un Paese africano scrisse: «DADE». L’insegnante la tacitò subito, pensando ad una sciocchezza. Quando si calmarono le acque, chiesi alla bambina il significato di quella parola: «nella mia lingua vuol dire “imparare a camminare”». Una parola, dunque, capace di descrivere un mondo, semplicemente sorprendente.

 

E la bambina Cristina com’è stata, sempre scrittrice?

Fin da piccola mi è sempre piaciuto molto scrivere. Un episodio che forse mi ha cambiato la vita è successo quando avevo una decina di anni. Un bambino vicino di casa organizzò una festa alla quale invitò tutti, ma proprio tutti, a parte me. Passai il pomeriggio sola, mentre sentivo le grida e le risate felici dei bambini dall’altra parte della siepe. Pensai a mille soluzioni per non sentirli, compresa quella di addormentarmi. Poi decisi di scrivere una poesia e la intitolai «Tristezza».

La lessi a mia madre, che mi chiese di chi fosse e rimase basita quando dissi di essere io l’autrice. Lo stesso accadde alla maestra, il giorno seguente, quando me la fece leggere in classe, e poi la fece scrivere a tutti i bambini nel loro quaderno delle poesie. Forse è partita con quei piccoli versi la mia storia di scrittrice, li considero la mia prima pubblicazione. «Tristezza» non l’ho volutamente mai imparata a memoria. Ancora adesso mi piace leggerla per me o per i bambini da quel quaderno ormai ingiallito. Quell’insegnante capì che le mie parole e le mie emozioni erano importanti, e così mi aiutò a mettere le ali.

 

Una bella chiacchierata, fuori c’è ancora aria di tempesta, ma la «fata Cristina» mi ha lasciato intendere che oltre i temporali ci sono arcobaleni: i nostri bambini.

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