Gabriella Marin

Quello che non ho

Qual è l’età in cui si smette di credere nei propri sogni? Qualcuno smette presto, da giovane, magari fagocitato da tante incombenze e problemi, qualcun altro un po’ più da adulto con figli da crescere e piccole delusioni archiviate; c’è qualcuno però che non smette mai e persevera sempre. Gabriella Marin, castellana di nascita ma trapiantata a Schio da 24 anni, è uno di questi sognatori.

Gabriella, assieme a Matteo Ward, trent’enne vicentino fondatore del brand Wrad e di un movimento che punta a diffondere l’idea di una moda sostenibile ed etica, e alla stilista Silvia Giovanardi hanno partecipato con una loro creazione al Green Carpet Talent Competition di Parigi  lo scorso 3 luglio. Il contest si rivolgeva ai giovani stilisti e design sensibili al tema dell’eco sostenibilità delle creazioni moda. Più di 100 i partecipanti provenienti da tutto il mondo. La giuria ha selezionato 30 giovani stilisti e li ha poi ridotti a 10 per la sfilata finale con l’obiettivo di determinare i 5 progetti finalisti. Fra i 5 abiti finalisti vi è proprio l’abito cucito e studiato da Gabriella, ideato da Silvia e del brand Wrad di Matteo. Per loro il prossimo 23 settembre si apriranno le porte del teatro Alla Scala di Milano dove si svolgerà la finale che darà al vincitore la possibilità di sfilare durante la fashionweek di Milano a febbraio 2019.

Questo riconoscimento ha creato l’occasione per bere un caffè in compagnia di Gabriella che ci ha raccontato la sua storia e quella di questo progetto.

Come hai iniziato a lavorare 

nel mondo della moda?

Fin da piccola sono sempre stata attratta dalla macchina da cucire, in casa sferruzzavo e passavo il mio tempo libero a vedere come erano fatti i vestiti, a disegnarne di miei e farli. Fino a 23 anni tutto ciò che sapevo lo dovevo solo a me stessa, tutto da autodidatta. A 23 anni il mio fidanzato poi mio marito mi ha incoraggiato ad iscrivermi ad una scuola per modelliste a Padova. Per 3 anni lavoravo durante la settimana, al sabato andavo a scuola 8 ore e di notte svolgevo i compiti assegnati. Ad un certo punto ho dovuto ridurre il lavoro di commessa su una boutique perché andavo a lavorare gratuitamente in una sartoria di Vicenza. Quel lavoro gratuito è stato per me importantissimo, la proprietaria mi ha insegnato anche a toccare certi tessuti e ho acquisito una manualità incredibile.

Subito dopo ho cominciato a lavorare per diverse aziende del vicentino. Negli anni ’90 e 2000 il nostro territorio era pieno di opportunità, tante aziende della zona lavoravano per brand dell’alta moda italiana. Io sviluppavo i modelli studiati dagli stilisti nelle varie misure e taglie. Ho anche sviluppato il modello per una camicia di Giovanni Paolo II (mi è stata data una sua camicia come campione, ricordo che prima di lavorare me la sono stretta a cuore e ho fatto una preghiera). Poi dal 2008/2010 con la crisi economica, le aziende hanno cominciato a chiudere o a delocalizzare ed io come tantissime altre ragazze anche non più giovani, mi sono trovata senza lavoro.

 

E come hai reagito?

Non sono stati anni facili, il mondo magico della moda in un certo senso mi aveva tradito proprio quando anche mio marito era in cassa integrazione e avevo due bambini di 7 e 10 anni. Mi sono rimboccata le maniche. Un’amica mi ha chiesto di farle un vestito, ho fatto tutto da sola: ho pensato a cosa potesse stare bene nella sua figura, l’ho disegnato e confezionato; ancora ora la mia amica lo indossa e mi ringrazia. Così ho aperto un piccolo laboratorio a casa mia, nel mio garage. Lavoravo certamente, ma fare la sarta a casa non era esattamente quello che io volevo fare, un po’ ti sminuisce, nella testa di tante persone sei semplicemente quella che aggiusta gli orli, mette la cerniera, poco di più… così 4 anni fa ho aperto un mio negozio in centro a Schio e da 3 mesi mi sono trasferita in un negozio ancora più grande. 

 

Cos’è per te la moda?

Per rispondere a questa domanda cito volentieri una frase di Chiara Lubich: “L’eleganza e la moda non stanno nella stravaganza e nella ricchezza, ma nella superiorità di una linea originale che corrisponde alla personalità soprannaturale di ciascuno”.

Credo in una moda che metta al centro il valore delle persone e l’etica. Ad aprile ho organizzato una sfilata con mie creazioni e il tema del progetto era “ Estetica senza etica?”. La serata era presentata e condotta da Giacomo dall’Ava un giovane filosofo che ha fatto delle mini lezioni di filosofia fra un capo e l’altro.

Le mie ultime creazioni sono tutte fatte con tessuti ecologici ed ecosostenibili, collaboro con la WFA (Web Fashion Academy) attraverso la quale acquisto tessuti di altissima qualità e con filiera sostenibile.

 

Com’è iniziata la collaborazione con il brand WRAD?

A febbraio ho partecipato ad un evento organizzato da WRAD in una galleria d’arte in centro a Vicenza. Sono stata subito rapita dalla dialettica di Matteo Ward il fondatore e da quello che diceva sul mondo della moda. L’industria della moda è la seconda industria più inquinante e non è più sostenibile non solo per quanto riguarda le risorse naturali ma anche per lo sfruttamento delle persone che lavorano nella grandissime aziende dell’oriente (Cina e Bangladesh). Matteo Ward ha una storia personale bellissima (OCCHI la racconterà il mese prossimo) e tutto ciò che diceva era esattamente quello che io pensavo. Ho alzato la mano e mi sono presentata, quella sera abbiamo fatto una chiacchierata, gli ho detto che ero modellista e sapevo cucire molto bene.

Due mesi fa Matteo mi ha chiamata e mi ha detto che il loro brand doveva presentare la collezione alla settimana della moda di Milano ma mancava troppo poco tempo e non riuscivano a confezionare i vestiti. Mi ha chiesto aiuto ed io mi sono buttata con tutto il mio entusiasmo. Ho lavorato anche 12 ore al giorno e per il giorno della sfilata tutto era pronto.  

Subito dopo mi hanno proposto di collaborare per il progetto CNMI GREEN CARPET TALENT. Silvia Giovanardi giovane stilista di WRAD ha ideato e realizzato il bozzetto con il vestito, io ho realizzato prima il modello su carta e poi su tessuto.

Il vestito è stato molto apprezzato nella fattura e per il grande messaggio che dava, è ottenuto con tessuti in fibra di menta e cotone organici sviluppati a Pistoia e impiega polvere di grafite al posto dei pigmenti chimici per tinture.

 

Un’ultima domanda perché 

il tuo marchio si chiama 

“QUELLO CHE NON HO”?

Mi sono ispirata ad una canzone di De André… intendendo che io posso realizzare quello che a una persona manca.

Mi rappresenta!

 

E allora cara Gabriella 

continua a sognare, 

che i tuoi sogni sono bellissimi!

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