Quello che nei “Social” non c’è.

In questi giorni estivi fatti di cieli splendidi, spiagge calde come frittelle e monti freschi come coccobello, punteggiati di sdrai e poltrone, di asciugamani, conditi di pigrizia e indolenza, è facile perdersi a controllore i “Social” media ancora più spesso del solito.

Nonostante il sole abbagli, è difficile resistere alla necessità di dare un occhio alle vite degli altri.

La possibilità mentre, annoiato, sei con i piedi in acqua o nel relax del tuo salotto, di entrare in mondi che non sono i tuoi, senza dovere avvertire nè chiedere permesso è una possibilità che mai nessuno aveva avuto prima nella storia.

Forse qualche dittatore in qualche regime dispotico avrebbe potuto farsi gli affari tuoi, ma ora è diventato tutto democratico.

Tutti possiamo vedere, analizzare, zoomare, controllare, paragonare, verificare.

Ecco.

Proiettati dentro ai gusti, agli affetti, alle vicende di altri che a volte conosciamo bene, a volte meno, a volte per niente.

E’ difficile parlare di un fenomeno così epocale senza trovare qualcosa o qualcuno che smentisca le deduzioni che tiri.

D’altro canto non commentare, quando senti che qualcosa non ti quadra è un po’ da Ponzio Pilato.

E a me sembra che non tutto giri bene sui “Social”.

Mi sembra che a tanti faccia un brutto effetto tutto questo rumare nelle esistenze altrui.

A me sembra solo, basandomi su quello che vedo e sento, ma altri ci hanno studiato sopra con metodo.

Gli psicologi che si sono accorti che questo non fa solo bene.
Non provoca solo saltuariamente apprezzabili e salutari effetti di condivisione, solidarietà, affetto e tenerezza.

Il più delle volte ci sentiamo perdenti mentre lecchiamo le gocce dell’apparente successo altrui sugli schermi del nostro cellulare.

Inadeguati.

Ci manca sempre un pezzo di lego per completare il nostro castello.

E il pezzo che ci manca somiglia terribilmente a quello che traspare dal sorridente, sdolcinato, aggressivo post del nostro contatto

Manca sempre la tranquillità di essere a posto.

Perché c’è qualcuno più a posto di noi.

E scatta l’invidia e la rabbia. Per non essere o non avere.

E’ un sentimento normale che sembra legato a un istinto di emulare altri che ci sembra stiano meglio di noi per assicurarci la sopravvivenza.

Sembra poi che, se la persona di cui leggiamo il post o vediamo le foto ha un legame stretto con noi, il sentimento d’invidia e  malessere venga mitigato, proprio dalla vicinanza, trasformando l’invidia negativa in una invidia positiva ed emulatoria o addirittura modificandola in un contagio emotivo empatico.

Che diventa poi il “like” sincero.

A dire il vero io ho sempre pensato invece che più vicina è la persona e più in generale ti infastidisce il suo successo, a meno che non sia vero amore.

Ma dò per certo che i ricercatori sappiano il fatto loro.

Rimane il fatto, inutile nascondercelo, che qualcosa non va.

Ci siamo accorti tutti che nei “Social” qualcosa non c’è.

All’inizio era difficile notarlo.

Troppo contenti per la nuova possibilità di ampliare i nostri orizzonti illimitatamente, ci sfuggiva la grande carenza di onestà intellettuale che si manifesta spesso quando tutto si risolve in una botta e via.

Una botta e via è la foto del piatto perfetto che ci aspetta al ristorante stellato.

Una botta e via è l’addominale perfetto che spunta da sotto la maglia corta o il sedere atomico incorniciato da un perizoma minimale.

Una botta e via sono i figli perfetti, intelligenti, sensibili, emozionati, affettuosi e bellissimi che ti lasciano il disegno “ti voglio bene papà” che prontamente fotografi e condividi uccidendo sul colpo chi i figli non li ha, non li più, non li avrà oppure ci ha litigato due minuti prima.

Una botta e via sono la tua moto nuova e la tua automobile sportiva con cui ti mostri proiettato verso libertà che nemmeno Thelma e Luise sognavano.

Una botta e via sono le feste sgargianti in cui tutti si divertono e i selfie pieni di filtri in cui si vede il pezzo più fotogenico che sei riuscito a scoprire.

Una botta è via sono tutti quei momenti che per essere compresi avrebbero bisogno di tutti gli altri pezzi.

Un mondo di botte e via, un mondo in cui nessuno ti chiede mai di vedere la mano di carte che hai.

Vinci facile. Troppo facile. Manca qualcosa.

Nei “Social” qualcosa manca

Manca la vita vera.

Come un puzzle. Il pezzo da solo non spiega il disegno. 

Può essere un pezzo di un bel color blu cobalto o di un bel color terra di Siena, ma da solo non lo capisci.

Puoi solo dire che è un bel pezzo colorato.

Nessuno nega che la felicità espressa non sia vera.

Ma manca il sudore, lo sporco, il sangue.

Mancano le bestemmie e i pugni sul muro delle tue impossibilità.

I ringhi quando strattoni il guinzaglio a cui sei legato.

I mal di pancia per i tradimenti a cui sei sottoposti e i sudori freddi per quelli a cui sottoponi altri.

Mancano i litigi dopocena, i tramezzini ingurgitati in coda in autostrada.

Sono assenti i grandi insuccessi, i piccoli fallimenti, gli innumerevoli momenti “normali!. Quelli di cui è anche invece composta la vita vera.

E tutto questo si appoggia su una piattoforma tecnologica che non è nata per colmare i buchi.

Ma per renderli più grandi.

Sennò mica vendi.

Ecco, i “Social”, sono nati per fare affari.

Per vendere e comprare.

E li hanno popolati di gente normale, individui normali, gente che lavora e poi trova un passatempo.

Racconta le sue vite ad altri come se si fosse ad una cena tra amici.

Ma il meccanismo che invece si nutre, è quello della voracità reciproca.

Vorrei essere te.

Tutti vogliamo essere altri, basandoci sui racconti deficitari, parziali, modificati.

Questo in una economia di mercato è il mantra fondamentale.

Essere insoddisfatti perché hai visto di meglio.

Io rispetto il gioco ma noto che sui “Social” avviene una contagio, un incrocio.

Tra la vita economica e la vita non-economica, affettiva, sentimentale, creativa.

I “Social” sono un grande e perfetto marchingegno per fare marketing, non per crearsi un futuro esistenziale.

Il dramma psicologico dell’inadeguatezza cronica è in agguato se non teniamo conto di questo dualismo.

A me a dire il vero i “Social” piacciono tanto.

Hanno tante sfumature che mi intrigano.

Ci lavoro e un po’ ci vivo dentro.

Ma da un po’ mi sono accorto che il pericolo di confonderli con un portato della vita è davvero una minaccia concreta alla mia serenità.

Mi manca sempre il pezzo più interessante.

Il conto da pagare.

Il sacrificio da affrontare.

Mi manca sempre il percorso.

E dimentico che nessuno è come me.

Nessuno è come nessun altro.

Le vite sono tutte diversamente diverse.

Inutile compararle nel loro totale, figuriamoci son solo riferimento a dei pezzi isolati e ritoccati con il photoshop delle presunzioni altrui.

I “Social” sono belli se si trattano come si faceva con il compagno di classe simpatico ma borioso e strafottente.

Che quando esagerava si beccava un bel “ ma va a cagare” collettivo.

Mi piacciono i “Social” e hanno reso meno sole un bel po’ di persone.

Adesso è importante non renderle infelici.

Cosa che i “Social” non riescono mai a fare per sui “Social” le persone sono a pezzettoni.  Come la frutta nella marmellata.

Come nei quadri di Picasso.

Ma per rendere le persone felici servono altre persone intere.

E queste sui “Social” non ci sono quasi mai.

 

 

Se vedete che me lo dimentico, per favore ditemelo.

 

 

Rubrica di approfondimento

e consigli per fare la grande differenza 

a cura di  Sebastiano Zanolli 

 

Manager, scrittore e formatore motivazionale

 

www.sebastianozanolli.com 

 

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facebook: Sebastiano Zanolli – La Grande Differenza

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Sebastiano Zanolli
info@sebastianozanolli.com

“Fare raggiungere ad individui e squadre i propri obiettivi professionali, mantenendo la propria umanità” è la ricerca e la sfida che Sebastiano Zanolli si è dato negli ultimi 25 anni e che continua ad approfondire. Un caso abbastanza raro di formatore che continua testardamente a lavorare in azienda fondendo la pratica con la teoria. Nato nel 1964, dopo la laurea in Economia presso l’Università Ca’ Foscari, ha maturato esperienze significative in ambito commerciale e marketing, ricoprendo posizioni di responsabilità crescente: ha occupato i ruoli di Product Manager, Brand Manager, Responsabile Vendite, Direttore Generale ed amministratore delegato di brand di abbigliamento in aziende come Adidas e Diesel. Si è occupato di politiche di Employer Branding come consulente di Direzione e presta la sua opera sulle strategie e progetti di Heritage Marketing. È autore di 7 volumi di grande successo: “La grande differenza” (2003), “Una soluzione intelligente” (2005), “Paura a parte” (2006), “Io, società a responsabilità illimitata” (2008), “Dovresti tornare a guidare il camion Elvis” (2011), “Aveva ragione Popper, tutta la vita è risolvere problemi” (2014), “Risultati solidi in una società liquida” (2017). Tutti i libri sono editi dalla Franco Angeli.

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