Essere invidiosi è da stronzi. Però fa bene.

Avevo un collega gentile. Probabilmente troppo. La sua passione sembrava essere tenersi aggiornato sulle mie vicende, sulle strade che la mia vita stava prendendo e su quanto fossero giuste o clamorosamente sbagliate. Ecco, questo genere di traiettorie erano quelle che amava sopra ogni altra cosa.

 

Chiaramente si sforzava per farlo vedere ma altrettanto chiaramente certe cose non riesci mica a fingere. Si vedeva che stava male chiedendo. Così la sua richiesta di foto, news e “cosa fai di bello?” era in realtà una caccia al tesoro, o alla sventura.

Il mio collega era uno stronzo. Terribilmente e noiosamente invidioso. Dunque sì, uno stronzo e probabilmente lo è ancora. Questo lo comprendi quando il tuo interlocutore sembra dispiaciuto se qualcosa ti è andato storto, ma non ha mai una mano tesa per aiutarti a sistemare il problema o per alleviare le tue sofferenze. Vita di ogni giorno. Come pugili diamo e incassiamo. L’invidia è sempre esistita ma oggi ce n’è di più.

Secondo un’analisi dei ricercatori dell’Universidad Carlos III di Madrid l’invidia è il sentimento più diffuso tra i quattro che caratterizzano il 90% della popolazione – gli altri tre sono nell’ordine il pessimismo, l’ottimismo e la fiducia.

Non una sorpresa. Basata sul confronto e sulla competizione, è comprensibile che questa società sia una continua fonte e tentazione di provare invidia. Anzi il sistema la nutre.

In Germania dove ho lavorato per anni, la chiamano “Schadenfreude”, la felicità che deriva dalla sfortuna degli altri, soprattutto se lavorano con te.

Beh, non dico nulla di originale. Tutti abbiamo assaporato cosa significhi stare di qua e di là della barricata. Solo che nell’era dei social è particolarmente diffuso quello che mi piace chiamare “l’effetto cognato“. È molto più difficile accettare che tuo cognato sia capace di avere un lavoro più appagante del tuo che il fatto che Gianluca Vacchi, in una villa fenomenale in riva al mare, venga pagato per filmarsi in costume da bagno, mentre balla “Despacito” con modelle spaziali che lo accarezzano sensuali.

Per quanto on line i tanti Vacchi tentino, con una finta e fastidiosa ingenuità, di piantare un bastone tra le costole della nostra autostima, il problema maggiore nasce invece dalla fortuna lavorativa del compagno di banco delle elementari, dalla serenità del vicino di casa o di scrivania, dal successo del fratello o proprio della cognata sempre in forma.

Andando a indagare infatti su Facebook pare le persone visualizzino n. volte tutte le persone incontrate nella propria vita, le più rappresentative, come gli ex partner o ex amici o ex colleghisperando di beccare qualcosa di storto e dunque di felice in modo perverso. Però non bisogna parlarne. Sappiamo ma non vogliamo parlarne. è la regola. Perché? Perché l’invidia è appunto roba da stronzi. La società lo sa da tempo.

Valentina D’Urso, autrice di “Psicologia della gelosia e dell’invidia”, scrive che l’invidia è l’emozione negativa più rifiutata. Perché ha in sé due elementi disonorevoli: l’ammissione di essere inferiore e il tentativo di danneggiare l’altro senza gareggiare a viso aperto ma in modo subdolo, considerato meschino.

Insomma, chi invidia si comporta da stronzo e ne è consapevole, ci sta male, farebbe di tutto per boicottare l’invidiato e non lo può dire apertamente. La società la condanna, troppo pericoloso avere degli invidiosi in giro, che di nascosto sono disposti a danneggiare senza costruire. L’invidioso è pericoloso, e può, se lasciato esternare, mettere in discussione, come un terrorista, l’ordine esistente con comportamenti sconsiderati.

Di contro il modello di mercato ne ha disperato bisogno per stimolare consumi basati su modelli inarrivabili e sempre più vicini. Una società sempre più basata sulla spietata fotografia di Will Rogers: “Spendiamo soldi che non abbiamo ancora guadagnato, per comprare cose di cui non abbiamo bisogno, per fare colpo su persone che non ci piacciono.”

E dunque? Cosa possiamo fare per non essere stronzi, sfigati e invidiosi? Andrò controcorrente. Anche a costo di farmi qualche nemico. Ma penso che dell’invidia ne abbiamo tutti un po’ bisogno. Non sono quel tipo che riesce a vedere sempre il bianco e il nero, e dividerli. Sono una persona che nella vita concreta vede mille sfumature. Ogni tanto è grigio. Ogni tanto anche i tabù hanno una dose salvifica. Andrò controcorrente: fai bene a essere invidioso.

Sii invidioso. Se non sentissi questo sordo dolore che ti fa sentire inadeguato e inferiore tu carriera faresti più fatica a farla. Forse non guideresti mai quell’automobile se non sentissi montarti la rabbia quando sorridi tirato al tuo capo, magari inadeguato, magari no, che la guida.

L’invidia libera energia, tanta. Che puoi utilizzare. Però abbi cura di diventare adulto, di maturare, perché è come giocare con la reazione nucleare, con quella energia puoi farci cose molto diverse. L’ energia che scatena l’invidia può prendere due direzioni. Una è distruttiva, mirata a distruggere e abbattere il contesto generale. Come dire che tagliare le gambe a tutti termini di paragone ti fa sentire più alto.

L’altra direzione è invece costruttiva. Mira a farti muovere per costruire dei trampoli o dei meccanismi per alzarti. Cambiare però non serve se non si capisce il gioco e il contesto. La vita è a volte un campo di gioco, a volte una sagra di paese. A volte devi sgomitare, a volte stare in coda e lasciare passare.

 

Il mercato libero non è la vita ma un costrutto sociale, che premia chi fa meglio e di più. E lo premia in modo molto più estremo che non come faceva la vita nei boschi di Thoureau. È più difficile gestire l’invidia a Manahattan, oggi che non in una capanna solitaria, sul lago Walden, nel Massachusetts del 1845. Le sollecitazioni sono diverse e i premi anche. Oggi più che mai si tratta di:

1. tenere conto, scrupoloso e attento, di tutto ciò che già sei e hai, che di solito è già moltissimo in senso assoluto

2. riflettere profondamente su quando vale la pena invidiare

3. lavorare per non dovere essere invidiosi inutilmente, che poi significa volere essere il meglio di ciò che puoi essere.

 

Si tratta di attività tipicamente imprenditoriali.

1. comprendere il contesto e decidere se si deve combattere o si deve amare

2. tenere la contabilità di patrimonio e assets e immaginare il loro valore potenziale anziché quello iscritto a bilancio

3. lavorare per diventare Invidiabile (da fastidio sentire l’invidia della gente ma forse è meno peggio che essere quella gente)

4. rischio e creatività tutti a carico tuo

 

Se non si prendono in mano le redini del proprio sentire, si lascia campo libero ai dirottatori del destino. Gente né buona né cattiva. Ma gente a cui non interessa davvero come dormi la notte e come te ne andrai via da qui. Al massimo sei una rotella del loro meccanismo.

È un pessimo affare lasciare che la pubblicità e i direttori marketing e comunicazione ti indichino chi o cosa invidiare o emulare. È una pessima cosa lasciare maestri, genitori, professori, social, direttori artistici, imprenditori, registi, politici, preti, santoni dirti cosa invidiare o emulare. Non ne sanno nulla del tuo futuro. Conoscono solo il loro passato. Con serenità, ringrazia e saluta. Ma vai avanti, decidi e cresci.

L’invidia serve se decidi tu cosa vale la pena invidiare. L’invidia serve se tu decidi di lasciarla sempre più in basso di te, in modo che siano le gocce del tuo sudore a lavarla via e non le sue colature a inquinare te. Non sei sbagliato se invidi, tutto sommato ci sarebbe anche del buono. Ma sbagli se la lasci guidare. Lei la strada verso la tua versione migliore non la sa.

 

 

Rubrica di approfondimento

e consigli per fare la grande differenza 

a cura di  Sebastiano Zanolli 

Manager, scrittore e formatore motivazionale

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Sebastiano Zanolli
info@sebastianozanolli.com

“Fare raggiungere ad individui e squadre i propri obiettivi professionali, mantenendo la propria umanità” è la ricerca e la sfida che Sebastiano Zanolli si è dato negli ultimi 25 anni e che continua ad approfondire. Un caso abbastanza raro di formatore che continua testardamente a lavorare in azienda fondendo la pratica con la teoria. Nato nel 1964, dopo la laurea in Economia presso l’Università Ca’ Foscari, ha maturato esperienze significative in ambito commerciale e marketing, ricoprendo posizioni di responsabilità crescente: ha occupato i ruoli di Product Manager, Brand Manager, Responsabile Vendite, Direttore Generale ed amministratore delegato di brand di abbigliamento in aziende come Adidas e Diesel. Si è occupato di politiche di Employer Branding come consulente di Direzione e presta la sua opera sulle strategie e progetti di Heritage Marketing. È autore di 7 volumi di grande successo: “La grande differenza” (2003), “Una soluzione intelligente” (2005), “Paura a parte” (2006), “Io, società a responsabilità illimitata” (2008), “Dovresti tornare a guidare il camion Elvis” (2011), “Aveva ragione Popper, tutta la vita è risolvere problemi” (2014), “Risultati solidi in una società liquida” (2017). Tutti i libri sono editi dalla Franco Angeli.

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