Meditare per essere Febbraio 2019

Iniziamo il nuovo anno entrando un po’ più nel profondo nelle pratiche di meditazione, cercando di apprendere cosa significhi meditare al di là di quello che crediamo, oltre quelle che sono le voci e le leggende metropolitane sull’argomento. Spesso il passaparola, soprattutto su queste tematiche, genera idee assolutamente prive di fondamento.

Il vocabolo Meditazione non esaurisce, come già ho avuto modo di accennare, tutti i significati e il senso più profondo invece sviscerato dalle tradizioni spirituali orientali, forse perché a quelle latitudini vi è una maggior propensione alla riflessione. Con questo non intendo semplificare in maniera banale le eventuali differenze tra le pratiche di consapevolezza orientali e occidentali che sono entrambe ricchissime di temi comuni visto che l’uomo cerca la consapevolezza da sempre.

Infatti, forse ce lo dimentichiamo, nella tradizione occidentale esistono pratiche meditative efficaci e capaci di realizzare in noi un vero contatto col sé interiore. Basti far notare la meditazione esicasta dei padri del deserto o la lectio divina che, nei suoi passaggi, annovera proprio la meditatio e la contemplatio. Ed è proprio la contemplatio, per le sue qualità di silenzio e profonda riflessione, a essere più simile alle pratiche di consapevolezza orientale.

Ma tant’è… tutto ciò ha poca importanza, come direbbero i maestri di questa disciplina e l’unica cosa determinante è l’esperienza, il rendere viva e vitale quest’arte, praticandola e facendola diventare una parte della propria vita personale, giorno dopo giorno.

“La meditazione è l’arte della consapevolezza” diceva in un suo libro Osho, maestro orientale del secolo scorso, autore di libri e discipline adatte a noi occidentali.

Ma allora cosa significa a tutti gli effetti meditare?

A cosa può servire e perché dovrei mettermi seduto a gambe incrociate e a occhi chiusi con tutte le cose splendide che ci sono da fare in questo mondo?

Risponderei parafrasando un maestro di vipassana, Bhante Sujiva, che nelle sue lezioni spesso ripete che la meditazione è un atto essenziale, tra i più importanti nella vita, oppure con le parole di Jack Kerouac, il leggendario scrittore di On the road. Jack, innamoratosi delle pratiche meditative, disse: “Se fai anche solo una meditazione vera sai per sempre che non esiste nulla di meglio. Il resto è ignoranza, preoccupazione e inquietudine mentale”.

Anche queste però sono solo parole alla fine, sono frasi che rimbalzano nella mente e delle quali, se non viene dato corpo in forma di esperienza, non rimarrà nulla.

Scopriremo presto i vari metodi, nel prosieguo dei nostri incontri mensili, ma intanto l’ideale è iniziare osservando in quali condizioni è la nostra mente. Avete mai osservato come la mente e i suoi contenuti, i pensieri, comandino quasi totalmente il nostro vivere?

Di rado agiamo nella vita ma siamo agiti dagli accadimenti che ci circondano. Ciò che accade attorno a noi innesca una serie di reazioni automatiche, meccaniche direi, che altro non sono se non schemi mentali preordinati e adottati quale soluzione, ma non sono vere scelte.

La stragrande maggioranza della nostra vita scorre in episodi di questo tipo, non siamo mai presenti e consapevoli a quello che facciamo. Piuttosto agiamo di riflesso, spesso senza pensare, senza essere presenti nel famoso qui e ora.

Ed ecco la chiave di tutto… la presenza!

Nell’antica lingua del Buddha, il Pali, essere presenti si definisce con il termine Sati. Sati è quindi Esserci, ma ancor di più interessante è lo stesso vocabolo in sanscrito, Smrti il cui significato è Ricordo o Memoria.

In effetti per essere presenti a se stessi, per tornare ad esserci, dopo aver perduto la focalizzazione, dopo essere stati a lungo distratti o reattivi è necessario un collegamento con uno stato d’essere perduto, dimenticato.

Essere in totale balia dei nostri pensieri o delle emozioni ci conduce senza scampo a vagare in un futuro che ancora non è o in un passato che non è più, impiegando intere parti della nostra vita a rimuginare, a ruminare su cosa avremmo potuto fare o su cosa faremo, perdendo così l’unico momento reale del nostro esistere… l’adesso.

Proprio a questo allena la meditazione, è proprio in questa disciplina che si traccia il sentiero per tornare ad esserci dopo aver trascorso la maggior parte dell’esistenza a non esserci.

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a cura di  Demetrio Battaglia 

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