FERMARSI PER DECIDERE

Non mi piace la fisica, perché ha ragione anche quando non mi piace.

Non mi piace la fisica. Da sempre o meglio, direi dal Liceo.

E pur riconoscendone l’importanza non la comprendo, complice un Q.I. probabilmente non adeguato o un carattere più da missione impossibile che da scienziato. Apro un manuale e trovo che la fisica ha dei principi base che conosco da tempi remoti ma che ora reputo con supponenza manageriale estranei alla mia vita aziendale.

“Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso”.

è il primo principio della dinamica, detto anche “di Newton” o “legge d’inerzia” o “ legge di Galileo”. Devo dargliene atto a Newton e Galileo, oggi che mi ci fanno fare un articolo sopra al fermarsi per decidere, devo dargliene atto che hanno ragione a tutto campo.Hanno beccato una verità che comprendo e con cui mi sono scontrato anche io. Questo principio che vale per i corpi vale anche per le menti e le anime di tutti coloro che si sudano il pane quotidiano in azienda, tra i corpi caldi e freddi di capi, colleghi, clienti e fornitori. Il principio dice che un corpo manterrà il suo stato, in assenza di forze che lo portino verso altre.

Se ci pensi, funziona anche per il termometro non digitale. Se vuoi prendere la temperatura di qualcosa, devi aspettare. Sennò lui ti dice quella che sentiva prima. Deve adattarsi, capire e acclimatarsi. Se hai troppa fretta, lui da buon termometro, ti comunicherà un’informazione precisa ma non rappresentativa della situazione presente.

Ti fornirà una notizia corretta, ma che si riferisce a una circostanza precedente.

Non mi piace la fisica, perché ha ragione anche quando non mi piace. Io mantengo il mio moto anche dopo che le nuove forze entrano nella mia vita. Cambiano i frangenti ed io reagisco, decido, faccio senza aspettare quella pausa per acclimatarmi. Così strillo temperature perfette se non fosse successo nulla, ma che sono errate alla luce dei cambiamenti. Io mi divido in due quando faccio il mio lavoro.

Valori e cervello. I valori ai quali mi richiamo per decidere i bivi decisionali confusi e alla pari, dove non c’è un meglio o peggio, quelli in cui devo  confrontare mele con pere e non c’è una bilancia e dove si vedrà di che pasta sono fatto e quanto sono capace di rischiare senza morirne. Poi il cervello, che mi serve per tutte le altre decisioni, magari complicate che devo prendere. Decisioni che abbisognano di dati e informazioni non facili da reperire ma che da qualche parte ci sono o posso stimare. Mi sposto da un chiodo all’altro in questa scalata e di solito me la cavo. Ma un terzo incomodo mi rovina spesso i piani. Anzi, dei terzi incomodi. Le emozioni, che incredibilmente rispettose del primo principio, mi si schiantano addosso spostando la mia posizione bilaterale, tutta valori e cervello. La spostano, la modificano, a volte in bene a volte in male. Ma non la lasciano inalterata e disegnano uno scenario in cui servirà che io mi resetti per potere prendere decisioni adeguate. Spesso io decido come fossi l’incredibile Hulk o una lucertola. Non conosco la fisica abbastanza e odiandola non ne tengo conto. Prendo la temperatura senza ne raffreddarmi ne riscaldarmi. Se faccio il conto, il prezzo che pago per questa ignoranza è alto. A volte altissimo. In Energie psichiche, fisiche e monetarie. Se non mi raffreddo o riscaldo. Se non comprendo la nuova situazione. Se sono un termometro che rimane confinato nel suo passato deciderò male. Ho bisogno di tempo. Per riflettere, adattarmi, capire, e poi segnare il dato e decidere. E se tempo non ne ho? Allora ho bisogno di metodo.

Ho bisogno di una pompa di calore, che mi porti alla giusta temperatura più in fretta. Se non hai mai corso a perdifiato, sudato per le flessioni, nuotato come un salmone o meditato sul niente, non conosci le pompe di calore che le persone più in gamba di me hanno inventato per adattarsi alle nuove spinte cosmiche. E se non mi piacesse nulla di tutto ciò? Allora ci sono le domande. Che mi tengo sempre davanti così non scappo. Tre riflessioni che dovrei fare prima di dire qualsiasi cosa e che una persona a cui devo gran parte della mia carriera mi ha regalato il giorno in cui ho perso un cliente più importante che avevamo in Svezia.

Questa cosa ha bisogno di essere decisa? Questa cosa ha bisogno di essere decisa da me? Questa cosa ha bisogno di essere decisa da me, adesso? Non tutto dipende da ma e se anche fosse non esiste un motivo predefinito per cui debba  essere determinata immediatamente. La mia fretta, come quello di tanti, è uno stigma della gioventù. Quando tutto mi appariva urgente. Poi cresci e inizi a distinguere, o almeno così dovrebbe andare. Se ti va bene impari qualcosa.

– Impari a capire da chi viene la richiesta e se ha un reale bisogno di urgenza.

Una specie di “triage” del pronto soccorso.

-Pericolo di vita?

-Pericolo che si aggravi?

-Nessun pericolo ma prima o poi bisogna intervenire?

– Nessun pericolo, stretta mano e via a casa?

Sei il primario del pronto soccorso della tua esistenza., quello che poi i parenti della vittima citano per incapacità oc he osannano se il familiare si salva.

Aspetta un po’ e questo ruolo si crea da sé. Apprendi molto dall’assumere il ruolo di soccorritore agli incroci della tua vita.

Prima impari a sospendere il giudizio e raccogliere le idee. Stai zitto. Pensi e osservi. Osservi e pensi.

Impari a guardare le cose, il più possibile per quello che sono, senza addolcirle ma senza renderle troppo drammatiche. Impari a chiedere consigli. Impari a prenderti la responsabilità di selezionare quelli più adatti a te. Impari a definire quali sono le decisioni che vengono da altri e quelle che vengono da te.

Impari a chiederti chi beneficerà e chi invece ci starà male per quello che decidi. E anche in questo caso, impari a prendertene la responsabilità.

E soprattutto impari a mettere qualsiasi richiesta in una prospettiva che tenga conto del tuo disegno di vita personale.

Sfuggendo alla emotività che rende tutto drammaticamente urgente e così pressante da farti dimenticare tutto ciò che dovresti fare per essere davvero più felice.

Serve fermarsi. Pensi e osservi. Osservi e pensi. Poi decidi.

E un po’ alla volta decidi solo le volte che serve e quelle volte sono quelle che, assieme al fato,  definiscono il tuo destino.

 

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a cura di  Sebastiano Zanolli 

 

Manager, scrittore e formatore motivazionale

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Sebastiano Zanolli
info@sebastianozanolli.com

“Fare raggiungere ad individui e squadre i propri obiettivi professionali, mantenendo la propria umanità” è la ricerca e la sfida che Sebastiano Zanolli si è dato negli ultimi 25 anni e che continua ad approfondire. Un caso abbastanza raro di formatore che continua testardamente a lavorare in azienda fondendo la pratica con la teoria. Nato nel 1964, dopo la laurea in Economia presso l’Università Ca’ Foscari, ha maturato esperienze significative in ambito commerciale e marketing, ricoprendo posizioni di responsabilità crescente: ha occupato i ruoli di Product Manager, Brand Manager, Responsabile Vendite, Direttore Generale ed amministratore delegato di brand di abbigliamento in aziende come Adidas e Diesel. Si è occupato di politiche di Employer Branding come consulente di Direzione e presta la sua opera sulle strategie e progetti di Heritage Marketing. È autore di 7 volumi di grande successo: “La grande differenza” (2003), “Una soluzione intelligente” (2005), “Paura a parte” (2006), “Io, società a responsabilità illimitata” (2008), “Dovresti tornare a guidare il camion Elvis” (2011), “Aveva ragione Popper, tutta la vita è risolvere problemi” (2014), “Risultati solidi in una società liquida” (2017). Tutti i libri sono editi dalla Franco Angeli.

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