“Troppi impegni, non ho tempo per me!”

In questa frase è riassunto un mondo di persone che hanno in comune fondamentalmente un’ esagerata propensione verso l’altro, che non ha nulla a che fare con la scelta consapevole del missionario o dei tanti volontari presenti negli angoli più remoti e rischiosi del Pianeta. Escluderei anche quella nutrita categoria che ha dei seri problemi con l’organizzazione del tempo: in presenza di un buon modello da seguire, con un po’ di costanza prima o poi s’impara il timing. Chi invece si irrita al pensiero di giustificare le tante cose non fatte per la cura di se stessi, ha ben chiaro il valore del tempo ma non si identifica né col missionario né con il volontario. Semplicemente vive i mille impegni da ottemperare come un ordine che non va messo in discussione ma va eseguito e basta. Penso a quei genitori che rinunciano a ritagliarsi, di tanto in tanto, uno spazio tutto per sé, per il timore di affidare a qualcuno i propri figli.

O a quelle madri che a 30 anni appaiono più vecchie delle suocere perché frequentare una palestra o un istituto di estetica significa incidere nel budget di famiglia oltre all’impossibilità di trovare un valido sostituto nelle cose che in quel frangente non si fanno. La lista sarebbe lunga e variegata ma lo scopo di questo breve messaggio è di provocare una domanda: “In nome di che cosa queste persone hanno annullato l’ascolto delle proprie esigenze, soprattutto quelle legate alla sfera del piacere, come andare a ballare, frequentare un corso di pittura, partire per un viaggio lontano, ecc.?” Molti accusano la mancanza di possibilità economiche per poi scoprire che i propri figli hanno frequentato l’università e alcuni di loro sono pure professionisti di successo. Altri ammettono di aver voluto dare ai propri cari più di ciò che avevano ricevuto. Altri ancora sono convinti che questo sia il loro destino e solo quando saranno vecchi, un giorno, magari si concederanno una piccola vacanza con il gruppo anziani del loro quartiere.

Io invece sono convinta che ci voglia un equilibrio tra dare e avere, e che il quasi totale annientamento di sé non sia una scelta spiritualmente accettabile ma una mancanza d’amore verso la vita stessa, dove l’unica consolazione è sperare che qualcuno si ricordi di loro.

 

A cura di Simonetta Pozzati • Mental Coach

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