Meditare per essere

Torniamo a parlare di meditazione in questa rubrica che cerca di dissipare dubbi e perplessità attorno a una disciplina che, in un modo o in un altro, accompagna l’uomo da migliaia di anni.

Spesso, nelle mie serate di presentazione, le persone che vengono a parlare e praticare con me, mi rivolgono domande di ogni genere. La meditazione è un tema affascinante che fa sorgere interrogativi, i più strani, proprio perché attorno ad essa, in migliaia di anni, sono fiorite leggende e miti di ogni genere e da ogni latitudine.

Si va da quesiti semplici come: “Quanto tempo meditare?” fino ai limiti estremi: “In meditazione accederò alle mie vite precedenti?”

Su questo enorme range di richieste mi devo barcamenare con la chiara consapevolezza che, in tutta sincerità, non ho una risposta per tutti i quesiti, ma posso di certo attingere a una certa esperienza che mi permette, se non altro, di dare un indirizzo o un consiglio.

Soprattutto per chi è palesemente… fuoristrada.

Sono le domande semplici però che danno più da pensare, non tanto le domande tecniche come: quando, quanto, dove meditare e così via, ma soprattutto, ad esempio: “Perché meditare?”, “A cosa mi serve meditare?”, “Starò meglio meditando?” e così via…

A queste è veramente difficile rispondere, perché ogni persona ha come obbiettivo nella vita (e in questo non c’è nulla di errato) lo stare bene o come si trova scritto nei manuali di autoconoscenza: nella vita cerchiamo la felicità. 

Cercare la felicità è lecito e naturale, ma è altrettanto palese che la frustrazione nata da: relazioni fallimentari, delusioni professionali, sensazioni di inadeguatezza e dai mille ostacoli che la vita ci pone sul sentiero ci porti, a volte spinti dalla disperazione, alla ricerca di altre soluzioni.

Il vero problema nasce, a mio avviso, nel momento in cui si applica lo stesso metro che utilizziamo per il resto della nostra vita alla meditazione.

Alla vita chiediamo, a volte pretendiamo, di darci la pace, benessere e felicità e penso che questo sia di per sé errato ed egoistico, ma chiederlo alla pratica meditativa è senz’altro paradossale, direi persino insensato.

Si entra nella pratica della meditazione non per chiedere qualcosa, non per risolvere i problemi della vita, non perché siamo delusi dalla nostra esistenza. Se così facessimo, e questo è un passaggio fondamentale, finiremmo per trasportare le nostre piccolezze, le nostre disillusioni, i nostri infimi “voglio!” laddove invece dovremmo praticare il solo e puro silenzio.

Laddove dovremmo tacere in maniera totale, ammutolire il nostro ego, abbandonare tutta la pochezza che spesso ci contraddistingue per affidarci al nostro Sé più profondo.

Quello che dovremmo fare nel momento in cui ci accingiamo a meditare è di lasciarci andare nel senso letterale del termine. Dovremmo affidarci del tutto e lasciare che la nostra Presenza, la più totale consapevolezza abbia infine lo spazio per affiorare non più ostacolata dai nostri infiniti piccoli bisogni, da tutte quelle situazioni che costantemente nella vita ci tengono separati da ciò che realmente siamo…

Solo in questo modo la meditazione non diventa l’ennesima via di fuga dalla vita, il milionesimo tentativo di arrivare da qualche parte, di scalare la piramide del successo, di distinguersi dagli altri. Non questo si può chiedere alla meditazione perché la meditazione è un atto sacro nel quale si affida se stessi alla totalità del sentire, senza chiedere nulla in cambio.

Se volessimo spingerci più in là potremmo dire che: “Meditare è un totale atto d’amore verso di sé.”

 

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Rubrica e approfondimenti

sul mondo della meditazione

a cura di  Demetrio Battaglia 

Ricercatore, scrittore e informatico

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