Demetrio Battaglia

Meditare per essere – Dicembre 2019

Questo mese vorrei sottolineare un momento della meditazione che definirei importante se non addirittura fondamentale. Molto spesso mi capita di sentirmi chiedere, dai miei allievi, se è proprio necessario trascorrere così tanto tempo sul cuscino da meditazione, se alla fine è utile impiegare il proprio prezioso tempo in una attività che, almeno apparentemente, non pare regalare tanto facilmente risultati tangibili.

La risposta che quasi sempre mi viene in mente, in questi frangenti, è un bel NO!

Non è necessario per un motivo così semplice da poter sfiorare la banalità. Quando ci sediamo sul cuscino da meditazione facciamo una cosa sola, cerchiamo di prendere contatto con noi stessi, cerchiamo di lasciare andare ogni comportamento reattivo, ogni automatismo, ogni emozione svalutante e lasciar affiorare così la consapevolezza.

Ecco… la consapevolezza, quello stato d’essere che più di ogni altro ci avvicina alla libertà, alla completezza, all’agio e a un profondo senso di pace interiore.

Ma questa specie di rito non sarebbe per nulla necessario se fossimo sempre, costantemente, continuamente consapevoli, immersi nel qui e ora invece che trascinati a destra e a manca dai nostri pensieri, dal nostro continuo vociare interiore, dal nostro costante e ansioso proiettare nel futuro o rammaricarci del passato.

Se fossimo tutto il tempo immersi nel reale, nel presente, non ci sarebbe alcuna necessità di trascorrere parte del nostro preziosissimo tempo a gambe incrociate su un cuscino in una posizione che, soprattutto all’inizio, è di una assoluta scomodità.

Ma così non è!

Non siamo praticamente mai presenti a noi stessi, siamo sempre da qualche altra parte, impegnati a creare reticoli di idee, cascate di pensieri, ipotizzare interi mondi inesistenti sequestrati da gragnuole di emozioni che spesso, troppo spesso, ci travolgono lasciandoci alla fine come stracci.

Sfiniti…

Perciò quello che facciamo è un training, semplicemente un modo per abituarci a stare in una condizione più aperta, più liberapriva di giudizio e accogliente. Il termine utilizzato nel buddhismo tibetano per indicare la meditazione è Gom che indica semplicemente il familiarizzare ovvero l’abituare la mente a un nuovo stato d’essere.

In quella manciata di minuti cerchiamo di risalire una china di anni e anni di costrizione, schiavi spesso di una mente abitata solo da pregiudizi, schemi mentali e preconcetti. Quindi cerchiamo di riportare la mente a uno stato perduto, di maggiore libertà e armonia.

Ciò che ogni meditatore serio dovrebbe augurarsi perciò non è quello di rimanere per tutta la vita aggrappato a quel cuscino, ma di raggiungere quello stato d’essere totalmente armonioso tale da permettergli di rimanere presente e in equilibrio durante il corso di tutta la giornata, dell’intera vita, non del solo tempo in cui è seduto a gambe incrociate.

Ecco perché, e questo è assolutamente determinante nella vita di un meditatore, il momento della pratica non può e non deve essere slegato dalla quotidianità. Nel momento in cui sentiamo che quella diventa una pausa dalla vita, nel momento in cui sentiamo che diventa uno sforzo o al contrario una specie di ultima spiaggia, di rifugio estremo allora dobbiamo porci una domanda.

Sto meditando?

Oppure sto scappando da qualcosa o mi sto sforzando per raggiungere qualcos’altro?

Se sta accadendo questo allora c’è qualcosa che non va, fermatevi e ritrovate serenità e pace, chiarezza mentale e semplicità, perché solo allora potrete tornare nel sentire più vero, più profondo.

 

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sul mondo della meditazione

a cura di  Demetrio Battaglia

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