Che cos’è il dolore?

Che senso ha il dolore nella nostra vita? Come si impara a vivere il dolore? Una persona può elaborare il dolore da sola o è necessario che qualcuno ne sia testimone?

Se c’è una cosa certa che ho scoperto della vita è che tutto è in cambiamento, e che è inevitabile vivere il dolore del cambiamento di ciò che io vorrei rimanesse stabile. Ci ho impiegato del tempo ad accettare il dolore come parte inevitabile della vita e a iniziare a chiedermi non più come smettere di soffrire quando gli eventi della vita mi investono come dei treni, ma come imparare a collaborare con l’inevitabile, come imparare a vedere nel dolore la presenza di un dono e fidarmi del significato che porta con sé.

Imparare a vivere il dolore non è solo una capacità che si può apprendere e allenare. è molto di più. Imparare a vivere il dolore è assumere una nuova postura di cuore verso la vita, verso gli eventi che sono capitati e che potranno ancora capitare, verso la nostra fragilità di esseri umani e verso quella degli altri. Imparare a vivere il dolore ristruttura non solo la visione di ciò che è stato nel passato, ma anche la nostra visione del futuro.

L’obiettivo del dolore (a differenza dell’obiettivo della nostra mente quando lo viviamo, che è quello di fuggirne al più presto), non è il suo superamento, ma è la sua espressione: il dolore vuole essere vissuto pienamente. E mentre non abbiamo nessuna resistenza (anzi) a immaginare di vivere una gioia talmente grande da “esplodere”, abbiamo invece una serie di resistenze, valutazioni e giudizi su quanto sia inopportuno e sconveniente vivere ed esprimere liberamente il dolore.

Il dono che il dolore ci porta non si basa sulla comprensione. Il dolore è un dono che reclama lo spazio del sentire e si esprime nell’intensità. Ho letto che in Nigeria ci sono professionisti del dolore e del lutto, pagati per piangere, digrignare i denti e strapparsi i vestiti quando una persona importante per la comunità viene sepolta. L’usanza di persone che piangono il dolore ai funerali era usata anche in tempi recenti nell’Italia meridionale e si è conservata almeno fino agli anni ’50.

A prima vista si potrebbe pensare che questo è inautentico. Eppure gli antichi sapevano che il dolore non può essere separato dall’espressione di dolore.

Se separiamo il dolore dalle espressioni di dolore, se cerchiamo solo di parlare del dolore per cercare di arrivare al suo nucleo autentico perché vogliamo capirlo, si rischia di uscire dalla dimensione umana e disumanizzare la nostra esperienza.

Il dolore è sempre sperimentale, è sempre esperienziale, è sempre carnale, è sempre intensità.

Credo sia stato Martin Prechtel a dire “grief needs community”, “il dolore ha bisogno della comunità”. Adoro pensare che il dolore ha bisogno della dimensione collettiva. Ho bisogno di comunità per condividere la mia tristezza, la mia delusione, la mia confusione, il mio risentimento, il mio odio. Ho bisogno di umani che mi ascoltino e testimonino il suono del dolore che mi abita, in modo che io possa fare esperienza di avere attraversato e vissuto pienamente, liberato ciò che sento, e che questo è stato ricevuto da qualcuno, ascoltato e testimoniato. Non sono sicura sia possibile elaborare il dolore senza testimonianza: il dolore invoca lo spazio del Noi.

Ecco perché credo così profondamente nella comunità, da promuovere ogni anno la nascita di gruppi di persone che condividono insieme una crescita, mentre imparano a soffrire, e lo fanno insieme.

 

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