Bottiglia e calice di vino con sfondo un vigneto

Quando il vino è bello.

Ci ho messo un po’ di tempo, quasi trent’anni trascorsi a girare tra vigneti e cantine, per capire che un vino buono non si fa per caso, non si fa grazie alla tecnica enologica e tanto meno non si fa solo grazie a madre natura. Il vino buono si fa con la bellezza. È la bellezza dei luoghi, dei paesaggi e soprattutto la bellezza nelle persone che rendono un vino unico, irripetibile e indimenticabile.

Quello che mi piacerebbe raccontare qui è proprio questo: come sia il bello a rendere buono un vino, come lo “spirito” che troviamo nella bottiglia sia il succo di un territorio e di una grande umanità. Tenterò di farvi assaggiare un vino parlando delle persone che lo fanno e della passione che hanno per i loro vigneti e per la loro terra.

Interpretando la degustazione di un vino da questo punto di vista la prima persona che mi è venuta in mente è stata Michela Carlotto e il suo Pinot Nero Filari di Mazzon. Circa 13 anni fa mi capitò di essere a cena con uno dei maggiori conoscitori della viticultura altoatesina, Peter Dipoli, che, parlandomi di Mazzon, una zona straordinaria per la produzione del Pinot Nero, mi fece assaggiare un vino che mi colpì subito per eleganza e carattere, prodotto da una piccolissima cantina praticamente sconosciuta, l’azienda Ferruccio Carlotto.

Articolo a cura di Gianfranco Cipresso

Bassanese, da 30 anni lavoro nel mondo del vino, per passione, per divertimento e soprattutto per condivisione. Sono convinto che le belle persone fanno il vino buono.

Gianfranco Cipresso
Foto di Michela Carlotto

Non fu l’unico vino che bevemmo quella sera e quell’etichetta sparì velocemente dalla mia memoria. Ci volle, tre anni dopo, una cena a Roma, da Roscioli, una tappa obbligata della capitale per gli appassionati di cibo e vino, per farmi ritrovare quella bottiglia e con essa anche la stima da parte del sommelier che, vedendomi scegliere quel vino, il suo preferito mi disse poi, mi considerò un grande esperto da trattare con i guanti bianchi. Sarà stata la bellezza di Roma o la compagnia della donna che amo, ma quel vino mi emozionò rimanendo questa volta ben impresso nella mia mente.

A questo punto ero curioso di conoscere la cantina e chi quel vino lo produceva. Chiamai in azienda per fissare un appuntamento e mi rispose una timida voce femminile che si dichiarò disponibile a incontrarmi. Trovare la cantina Carlotto non fu facilissimo, è piuttosto piccola e si trova all’interno di un vecchio palazzo, ai bordi del centro abitato di Ora in provincia di Bolzano.

Michela Carlotto con calice di vino

L’incontro con Michela Carlotto, che all’epoca aveva meno di trent’anni, fu una delle più chiare dimostrazioni che l’abito non fa il monaco. Michela infatti è minuta nel fisico e timida nei modi, ma è una gran lavoratrice sia in vigna che in cantina e il suo modo quasi timoroso di esprimersi diventa fluido e determinato quando parla del suo Pinot Nero e di quel lembo di terra che è Mazzon.

Lei è la terza generazione di viticultori. Il nonno arrivò in Alto Adige, proveniente dal Veneto, negli anni ’40 e svolse sempre il lavoro di mezzadro, fu solo nel 2000 che Michela, assieme al padre Ferruccio iniziò a vinificare una parte delle uve che producevano per imbottigliare un Pinot Nero con il nome di famiglia in etichetta.

Dopo la laurea in enologia a Udine Michela si dedica totalmente alla sua azienda e al suo territorio. Da anni organizza, assieme ad altri produttori, le Giornate Altoatesine del Pinot Nero con lo scopo di valorizzare e far conoscere al meglio questo vitigno.

Assieme a Peter Dipoli (ecco spiegato perché a suo tempo mi aveva fatto assaggiare quel vino) Michela ha scritto un libricino che si intitola “Mazzon e il suo Pinot Nero” con la storia di come quel vitigno sia arrivato in Alto Adige e di come lo stesso abbia trovato il suo nido ideale in quella particolare zona di circa 50 ettari esposti al tramonto a un’altitudine che va dai 300 ai 450 metri sul livello del mare sopra il comune di Ora.

Ma perché questo vino è bello? Potrei dirvi che questo vino è rosso rubino brillante, con sentori di cuoio e frutti rossi, speziato, morbido e caldo, ma invece preferisco dirvi che le sue doti sono le stesse di Michela. Questo Pinot Nero è apparentemente esile, ma tenace e resistente nel tempo, pur rimanendo elegante e delicato, è un po’ introverso all’inizio, ma emozionante quando si lascia andare e mentre lo sorseggi ti racconta il suo territorio. Un vino bello anche perché è il miglior figlio che Mazzon può offrire, facendoti capire nel bicchiere che le sue uve preferiscono crescere in leggera altitudine, svegliandosi tardi la mattina, ma godendosi beatamente il tramonto, rinfrescate dalle miti correnti dell’Ora del Garda che permette a quei piccoli grappoli di maturare acquisendo tutte le caratteristiche dell’annata, mai ripetibile, ma sempre e comunque bella.

Le prossime volte che scegliete un vino provate a prenderne uno di cui conoscete l’animo del produttore e il paesaggio dei vigneti e sentirete, nel sorseggiarlo, la somiglianza tra ciò che state bevendo e la sua origine e questo, ne sono certo, vi rimarrà impresso per sempre. Prosit!

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Gianfranco Cipresso
GianfrancoCipresso@occhi.it

Bassanese, da 30 anni lavoro nel mondo del vino, per passione, per divertimento e soprattutto per condivisione. Sono convinto che le belle persone fanno il vino buono.

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