Tu chiamale se vuoi, emozioni… – Meditare per essere

In questa società un leitmotiv non manca mai:

“Vivi le tue emozioni fino in fondo!”

Un tormentone che tempesta le nostre orecchie senza tregua: giornali, tv, pubblicità oppure i consigli dei vari trainer. Ovunque ci chiedono di liberare le nostre emozioni e di viverle appieno.

La nostra vita senza emozioni è un deserto arido e privo di senso, lasciamo perciò le nostre emozioni sgorgare libere, esplodere in tutti i loro sfavillanti colori!!

Un momento…

Cerchiamo di riflettere per qualche istante prima di lasciarci travolgere.

Innanzitutto da quali emozioni desideriamo lasciarci attraversare, compenetrare?

Be’, ci mancherebbe, da quelle che ci fanno star bene, che danno gioia e felicità. Le altre no, meglio di no. Eppure la nostra vita è costellata di emozioni negativo-distruttive, siamo oppressi da momenti di rabbia, di tristezza, di malinconia, di incertezza, di paura e, soprattutto in questo periodo recente a causa dei noti eventi, capita di sentirci con le spalle al muro proprio perché la preoccupazione non molla, anzi diventa soverchiante, asfissiante.

In quei momenti critici l’unico modo che abbiamo per risollevarci è dare ascolto ai consigli descritti all’inizio di questo articolo e cioè esorcizzare quegli stati d’essere opprimenti soddisfacendo ogni nostro bisogno, consolandoci attraverso l’esaudire ogni desiderio. Molto prosaicamente ci diamo allo shopping ci rifugiamo nel cibo o scarichiamo il fardello su qualche amico.

Questo atteggiamento produce un sicuro effetto e cioè, almeno per un po’, ci da sollievo.

Ma per quanto? E soprattutto… a che prezzo?

Il prezzo è presto detto, in soldoni diventiamo schiavi di quegli oggetti, atteggiamenti, persone. Seguendo la filosofia Buddista potremmo dire che, per fuggire al dolore, sviluppiamo attaccamento assecondando il peggior nemico dell’uomo: la Brama.

Dalla padella alla brace…

Si tratta di un maldestro tentativo, quello di voler fuggire al quotidiano malessere soddisfacendo i bisogni. Per i più volonterosi consiglio il discorso delle due frecce del Buddha.

Per non scomodare sempre gli orientali portiamo un esempio tratto dalla mitologia greca. Ulisse/Odisseo si fa legare all’albero maestro della sua nave pur di non essere rapito dalle suadenti voci delle sirene. Il loro canto potrebbe trascinare (al pari dei nostri desideri) l’eroe di Itaca nel fondo del mare.

Ma egli non si fa tappare le orecchie come invece ordina ai suoi compagni di ventura, egli vuole sentire, vivere sino in fondo quell’esperienza, ma non sprofondare, cedendo alle lusinghe e alle adulazioni delle creature del mare, splendide in apparenza, ma mostri nella realtà.

Vi ricorda qualcosa la descrizione di questo mito?

Ulisse desidera esperire il sentimento poiché, lo dice il termine stesso, permette di sentire il moto che sorge da dentro e dentro si sviluppa. Ma egli lo vuole osservare senza farsi catturare e travolgere da esso applicando la volontà, la corda che lo tiene saldo all’albero.

Mentre quindi i sentimenti si avvertono, si vivono fino in fondo senza esserne sequestrati le emozioni, da ex movere ovvero “muovere fuori da”, ci portano fuori, ci disarmonizzano, decentrano e diventiamo così schiavi di esse senza più controllo.

La meditazione, per tornare all’argomento principe di questa rubrica, ha il compito di costituire un centro forte, un punto di armonia, l’albero maestro a cui Ulisse si fa legare per non essere travolto. Quello è il lavoro di ogni meditatore, non fingere che le emozioni non esistano, ma non lasciarsi trascinare a fondo da esse utilizzando la meditazione, appunto, come ancora di salvezza, come bussola che orienta.

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Demetrio Battaglia
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Demetrio Battaglia. Ricercatore, scrittore e informatico. Vorresti leggere altri articoli su questo argomento, oppure sei interessato a capire meglio chi sono e di cosa mi occupo? Visita il mio sito.

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