Il dietro delle cose è sempre brutto e bistrattato…

Il dietro delle cose è complicato, disordinato, fuori luogo e sconveniente.

Il dietro delle cose è quello di cui si curano gli ultimi e i dimenticati.

Le cose belle hanno dietro brutti.

Le cose molto belle hanno dei dietro bruttissimi.

Le cose bruttissime hanno a loro volta dei dietro indicibili.

C’è sempre un dietro le quinte, un vano, un cavedio, una botola, uno sgabuzzino, una stanza.

Insomma, c’è sempre un posto dove occultare i depuratori della piscina e dove nascondere gli alimentatori e i cavi dei faretti che rendono fiabesco il giardino.

Un posto dove eclissare i lavapiatti e i gli addetti alle pulizie e dove celare detersivi, stracci e scope.

Esiste da sempre l’umana necessità di rendere perfetti e asettici il momento, l’estetica, l’esperienza.

Semplificare ciò che vediamo fa bene alla nostra mente.

John Maeda lo spiega bene nella prima legge nel suo insuperato libro “Simplicity”.

“Il modo migliore per raggiungere la semplicità è attraverso una riduzione ponderata”.

Nascondere ciò che può essere nascosto è una via utile e pratica per ridurre.

Il più bel computer, la più elegante auto, il grattacielo di design nascondono montagne di cose che servono al loro funzionamento ma che sono sgradevoli, inopportune, disdicevoli, sgraziate.

Non si possono eliminare.

Ma si possono nascondere.

Ecco sì.

Il dietro delle cose va nascosto.

A volte solo per motivi culturali o moralistici , in fin dei conti a pochi piace mostrare i propri panni sporchi.

Ma anche da un punto di vista antropologico e biologico ci sono delle spiegazioni ragionevoli.

Il sistema visivo deve essere sensibile ai modelli e all’ordine, per essere in grado di riconoscere segni di oggetti ed eventi significativi.

Ciò che è ordinato è simile ai modelli ordinati sedimentati nella memoria ancestrale della nostra specie come le foglie delle acacie africane è buono.

Come ha notato lo psicologo Daniel Berlyne negli anni ’60, da bambini iniziamo a percepire fissando e inclinando la testa gli schemi semplici. Man mano che invecchiamo, diventiamo interessati a strutture sempre più complesse.

Riusciamo a riconoscere le incongruenze, le asimmetrie e simili e godiamo di ciò che ha ordine e simmetria.

In questo gioco estetico nascondiamo, con ragione, tutto ciò che infastidisce.

E quando il modello antropologicamente basato si estende a tutto ciò che è sgraziato e fastidioso?

Quando nascondiamo il dietro delle cose ma il dietro è composto da persone?

Quelli che raccolgono pomodori a un euro e cinquanta centesimi l’ora.

Quelli che producono capi di moda low-cost a due dollari al giorno.

O quelli che abitano nella città di Agbogbloshie, sobborgo della città africana di Accra, in Ghana dove finiscono gran parte dei rifiuti elettronici, gli e-waste europei e dove le condizioni per chi viene a lavorare in questa discarica tra i due e tre dollari al giorno, oltre ad una altissima percentuale per chi lavora e vive nei dintorni di contrarre infezioni polmonari, tumori, malattie del cuore per i fumi dei fuochi accesi per eliminare la plastica e tenere i materiali pregiati.

C’è un che di amorale nell’accettare il bello della società senza ricordare che c’è sempre un dietro sporco, soprattutto senza volerlo pagare.

E questo è il grande dramma di una società in corsa verso il punto più basso possibile di rimorso verso lo sfruttamento per garantire a pochi un bello senza macchie, odori, graffi e rumori, affascinata da individui che sfoggiano questo disinteresse verso il prossimo come fosse un primato.

Ma come i fumi di Agbogbloshie, anche questa cecità egoista, si spande, invade, contamina ed entrerà nelle stanze più sterili degli edifici più alti con violenza ed aggressività.

Gli altri siamo noi.

Dimenticarlo costerà caro a tutti.

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Sebastiano Zanolli
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“Fare raggiungere ad individui e squadre i propri obiettivi professionali, mantenendo la propria umanità” è la ricerca e la sfida che Sebastiano Zanolli si è dato negli ultimi 25 anni e che continua ad approfondire. Un caso abbastanza raro di formatore che continua testardamente a lavorare in azienda fondendo la pratica con la teoria. Nato nel 1964, dopo la laurea in Economia presso l’Università Ca’ Foscari, ha maturato esperienze significative in ambito commerciale e marketing, ricoprendo posizioni di responsabilità crescente: ha occupato i ruoli di Product Manager, Brand Manager, Responsabile Vendite, Direttore Generale ed amministratore delegato di brand di abbigliamento in aziende come Adidas e Diesel. Si è occupato di politiche di Employer Branding come consulente di Direzione e presta la sua opera sulle strategie e progetti di Heritage Marketing. È autore di 7 volumi di grande successo: “La grande differenza” (2003), “Una soluzione intelligente” (2005), “Paura a parte” (2006), “Io, società a responsabilità illimitata” (2008), “Dovresti tornare a guidare il camion Elvis” (2011), “Aveva ragione Popper, tutta la vita è risolvere problemi” (2014), “Risultati solidi in una società liquida” (2017). Tutti i libri sono editi dalla Franco Angeli.

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