Intervista a Maurizio Panici – il personaggio del mese

Ricominciamo dalla Commedia Castellana, in arrivo anche Roberto Ciufoli. Partita a Scacchi rinviata al 2021

La sua si può dire è una passione-missione per conto del teatro, una scelta affrontata da giovanissimo che l’ha portato a interpretare e dirigere spettacoli di grande importanza negli anni, che sono stati ospitati nei migliori teatri italiani. Fino ad arrivare anche a essere il regista della famosa Partita a Scacchi di Marostica, che di fatto lo ha portato in un nuovo contesto, nel quale è rimasto per affrontare un nuovo percorso. Quello di Maurizio Panici è fatto anche di grandi collaborazioni con compagnie ed enti molto importanti nel settore culturale italiano, e più di tutto fatto con Argot Teatro Studio, uno spazio da lui pensato e creato anni fa a Roma, a Trastevere, che è divenuto da subito un punto di riferimento costante e di alta qualità per la drammaturgia contemporanea. Spazio che ha visto nascere molti spettacoli e progetti rimasti indimenticati nel tempo, e fucina vera per artisti già bravi e divenuti poi famosi, come Marco Giallini, Rolando Ravello, Edoardo Leo. Da qualche anno Maurizio Panici vive a Marostica, dove caparbiamente ha intrapreso e adattato un altro dei suoi cammini, il teatro di comunità, nato per coinvolgere la popolazione e per avvicinare al teatro, partendo subito dal recupero degli spazi possibili (per ora) del Politeama marosticense, adibendo una delle sale come vero e proprio spazio scenico adatto a rappresentare rassegne. Il tutto con un gruppo, l’Associazione Teatris, che lui ha coinvolto, plasmato e diretto, creando laboratori, incontri, corsi di disegno e danza, scrittura creativa e lettura ad alta voce, e spettacoli di ottima fattura, in collaborazione anche con La Piccionaia di Vicenza. Lo abbiamo incontrato per capire cosa aspettarsi dal dopo Covid 19, teatralmente parlando, per il territorio, e comunque in generale per capire cosa accadrà al mondo della cultura.

Maurizio, a Marostica intanto da dove si ricomincerà? Dalla “Commedia Castellana”, con tre appuntamenti, la camminata “Il cielo sopra Marostica”  a luglio (il 28) , “Aspettando Godot” a cura di Teatris, il 1 agosto e “Tipi”, con Roberto Ciufoli che il 6 agosto ritorna in città, a cura di Argot. Saremo naturalmente in piena regola con le normative emanate dal governo per il contrasto alla pandemia. Quindi è un ben sperare, un qualcosa che ci porta a credere che si ricomincia in qualche modo.

Già, ricominciare sembra ora fattibile. Ma cosa ci aspetta per il prossimo futuro, per lo spettacolo in generale? Come pensavamo fino a qualche mese fa non si potrà più sicuramente. Dovremo ripensare al modo di fare il teatro, e di relazionarci, e dovremo mettere al centro del nostro pensiero il nostro tempo contemporaneo. Il teatro di domani dovrà parlare più diretto al cuore, rimettendo al centro le passioni tornando alla grande lezione del teatro tragico, l’etica prima ancora dell’estetica. Quindi stare attenti soprattutto a cosa raccontiamo, e poi guardare al come, rispettando la grammatica teatrale per arrivare sempre al pubblico e che sia di aiuto , di riflessione per lo spettatore. Per sviluppare le domande che questo momento, in questo mondo, ci sta ponendo.

Il pubblico più giovane che già prima ci andava poco e male, a teatro, come potrà essere più coinvolto? E’ una fascia molto difficile da intercettare.  Da quello che sento in queste settimane i giovani sono molto intimoriti, con la pandemia hanno rafforzato dei nuovi hikikomori, questo fenomeno giapponese dell’autoisolamento dove si basta a se stessi. Pericolosissimo a mio parere. Credo però che insieme a questa paura ci sia il desiderio anche di andare a incontrare altri  esseri umani, e noi dobbiamo trovare la modalità per parlargli, trovare una lingua e ricostruire un vocabolario che possa arrivare anche a loro. Forse anche uscire un po’ di più dai teatri, che gli stessi non siano più luoghi vissuti come un appuntamento mondano, ma diventino degli opifici aperti anche tutto il giorno, dove si possa fare anche pratica teatrale, e misurarsi direttamente con gli artisti. Una formula che non c’è ancora, ma penso a un teatro inclusivo di partecipazione attiva, che crei attenzione e nuovo ascolto.

La stagione invernale marosticense, che aveva ottenuto grandi consensi nelle precedenti edizioni, si farà? L’avventura ripartirà con Roberto Ciufoli con “The Man Jesus” di Matthew Hurt, con le musiche di Papa Dj,  che già dovevamo fare ad aprile. Dodici personaggi che danno vita all’unico che non è presente in scena, Gesù, tutti interpretati da Ciufoli. Siamo ripartiti pochi giorni fa a provare lo spettacolo, e subito dopo inaugureremo la stagione con un grande progetto, “Inferno – fatti non foste a viver come bruti”. Partiremo da Dante per un viaggio in una lunga selva oscura che è stata per noi anche il Covid 19, il dolore, un viaggio attraverso le passioni di noi uomini per tornare a rivedere le stelle, con un certo ottimismo.

E la Partita a Scacchi? Quella, come è stato reso noto dagli organi di informazione, è stata rinviata al 2021, decisione sofferta ma presa purtroppo sempre a causa dell’emergenza sanitaria. Quindi in ogni caso ci sono orizzonti nuovi sullo sfondo, anche riprendendo gli impegni. Certo non si può ripartire come se niente fosse stato. Dobbiamo curare, curarci, questa cosa credo che riguardi comunque tutti gli aspetti della vita sociale. Nel teatro ad esempio abbiamo corso troppo tutti. Perché in Inghilterra uno spettacolo sta in scena trent’anni e qui neanche tre giorni, per dire? Bisogna ripartire anche da queste cose.

Che effetto farà vedere meno spettatori, distanziati, sentire meno calore? All’Argot di Roma abbiamo tolto la platea, ripensandolo come una casa per gli artisti, ma anche per l’incontro aperto. Per gli spettatori, accompagnandoli dentro un processo creativo che è una forma di residenza concreta, di rivalutazione degli spazi. Potrebbe essere una bella soluzione.

Bisognerà fare i conti, come per tutto, con dei problemi economici che stanno venendo fuori. Il teatro non ne sarà immune. I problemi che dici ci sono, ma non esiste possibilità di rinascita senza l’arte. Il problema non è più solo di estetica, ma sociale, le amministrazioni e le comunità si dovrebbero far carico di questo, e il teatro diventerebbe vera formazione per i cittadini stando al centro delle città. Paolo Grassi che con Strehler fondò il Piccolo Teatro di Milano diceva che il teatro è come l’acquedotto. Si ha bisogno dell’acqua come del teatro, della cultura. Il fallimento di questo grande progetto che ha privatizzato anche i sentimenti l’abbiamo pagato duramente. Adesso dobbiamo ripartire, appunto. Vogliamo fare gli stessi errori?

Marostica comunque saprà ripartire con proposte e progetti validi, e questo è una bella notizia per il pubblico. E noi siamo felici di poterlo annunciare. Ce la metteremo tutta, come sempre. E’ una città alla quale voglio molto bene, e che amo. Qui mi sento a casa, sono a casa. Ormai da un po’ di anni. E abbiamo creato delle belle realtà, lasciatemelo dire. Continuiamo dunque su questi binari, è importante.

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Francesco Bettin
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