Intervista a Cochi Ponzoni

C’è stato un tempo in cui la televisione proponeva comicità straordinaria, surreale, stralunata e molto intelligente. Un periodo purtroppo che non è più ritornato e che aveva tra i suoi massimi esponenti un duo, Cochi e Renato, formatisi con il cabaret. Erano gli anni milanesi di Enzo Jannacci, Gaber, Fo, che probabilmente senza saperlo sarebbero entrati nella storia dello spettacolo nel nostro paese. Ancor oggi, quando vediamo Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto sia soli che in coppia, prevalentemente a teatro, si rimane estasiati. Tra l’altro, piccolo dettaglio di cronaca locale, approdarono anche all’Astra di Bassano con uno spettacolo manco a dirlo altrettanto surreale, “La pattuglia azzurra”, farcito come i loro dischi di personaggi strampalati come piantatori di pellame, galline, maestri e scolari, reduci di guerra particolari. Era il 1974. I due torneranno ancora qualche volta in città e in provincia, negli anni a seguire. Cochi e Renato, un duo diventato mito. Con grande piacere siamo riusciti a intervistare Cochi Ponzoni, che, come diceva Paolo Rossi introducendolo a “Su la testa” (spettacolo televisivo del 1992) è “più che un mito, un mitomane!”, battuta a suo modo rimasta nella storia.

Cochi, lei ha iniziato col cabaret, poi la televisione, il cinema, con ottimi registi, e il teatro. Cosa ama fare di più? Senza nessun dubbio il teatro.

E la comicità, come e quanto è cambiata rispetto agli inizi del duo Cochi e Renato? Adesso prende spunti dalla realtà di tutti i giorni perchè cambia a seconda dei momenti sociali. Quella che facevamo noi era di un altro stampo, andavamo più in alto con la nostra surrealtà, e si rischiava molto soprattutto in televisione perché tutto quello che è frutto della fantasia e non è correlato alla realtà a volte è incomprensibile. Però ci è andata bene.

Pensa appena sarà possibile di ritornare in teatro, magari ancora con Renato Pozzetto? L’idea c’è, sicuramente, appena finisce questo momento che per noi è drammatico. Speriamo termini presto questa situazione perché mi piacerebbe davvero ritornare a far teatro, che come detto, amo moltissimo. Con Renato? Se apre il Teatro Lirico di Milano abbiamo forse la possibilità di tornare insieme sulla scena, chissà.

Come definirebbe il suo mestiere? Saltinmbanco è la parola forse più giusta, con Enzo Jannacci ci siamo sempre definiti così, gente che sa fare di tutto insomma, dal canto alla recitazione.

Lei ha fatto molto teatro, dopo il cabaret e il cinema. Ci sono ruoli o autori che amerebbe fare, che non ha ancora affrontato? C’è sempre qualche cosa che manca, il fatidico sogno nel cassetto, a me piacciono certi autori teatrali che però non è facile portare in scena. Certe operazioni però possono essere da un punto di vista commerciale molto rischiose. Per esempio, un autore che mi piacerebbe fare molto è Joe Orton, autore inglese molto dissacrante, che non è facile far digerire ai produttori teatrali. Ma anche fare il teatro classico di Shakespeare e Goldoni, mi piacerebbe.

Ma della carriera sarà soddisfatto, presumiamo. Assolutamente si’.

Alcune esperienze che le rimangono legate a bei ricordi, bei lavori? A teatro diverse cose, tra cui gli anni passati a Trieste con La Contrada. Ricordi molto belli di spettacoli, persone, come il regista Francesco Macedonio. Anni di esperienze molto soddisfacenti. E poi i lavori fatti con Ugo Gregoretti, come “Il critico” di Sheridan. Ma anche “Operetta”di Gombrowicz. E anche l’ultimo che ho fatto fino a febbraio scorso, “Quartet”, di Ronald Harwood, altro ottimo spettacolo.

E al cinema? Ne ha fatto tanto. Mi sono piaciuti moltissimo, “Cuore di cane” di Lattuada e “Telefoni bianchi”, di Dino Risi, e anche un film fatto con Alberto Sordi, “Il comune senso del pudore” (uno degli episodi è girato a Bassano, ndr). Ma anche “Il marchese del grillo”, sempre con Sordi.

Per non parlare di tutti gli anni passati con Renato Pozzetto, eravate un duo straordinario, folle. Quella è stata l’avventura più importante della mia vita, con Renato, Jannacci, il cabaret. Anni incredibili, pieni di energie positive. Come ad esempio il “Gruppo Motore” che era composto da noi più Bruno Lauzi, Lino Toffolo e Felice Andreasi.

Quanto le mancano personaggi coe Enzo Jannacci? Il suo istrionismo geniale? Eravamo in simbiosi, gli ero legatissimo. Enzo era come un fratello maggiore, e quando è venuto a mancare è come aver perso una parte di me stesso , come fosse uno della mia famiglia. Abbiamo lavorato insieme per dieci anni di fila per cui immaginatevi un po’. Mi manca anche Dario Fo. Erano amici con i quali abbiamo condiviso la nostra vita.

Dopo i grandi successi televisivi, come “Il poeta e il contadino”, “Canzonissima”, “Saltimbanchi si muore”, e, da solo, con Paolo Rossi “Su la testa”, siete ritornati come coppia in tv con “Nebbia in Val Padana”, altro ottimo esempio di televisione. Come ricorda quell’esperienza? Lì abbiamo avuto molti problemi con i censori romani di allora, hanno tagliato, certe volte il mattino stesso prima di andare a girare le scene dovevamo cambiare sceneggiatura. Lavorare così è stato difficoltoso, certo non abbiamo potuto esprimerci al meglio della nostra possibilità.

Cosa ricorda delle serate passate con gli amici in quella Milano così diversa da oggi? Ci sono tanti momenti da ricordare, difficile tirarne fuori qualcuno. Con Enzo, Renato e gli altri, abbiam passato tante di quelle serate divertenti, non potrei raccontare un aneddoto in particolare, ogni nostra serata era uno spasso.

Lei lavorò anche con Duilio del Prete e Edmonda Aldini. Che ricordo ha di quello spettacolo, “Il cavaliere del pestello ardente” che fu, ci sembra, una delle sue prime a teatro? E’ stata un’esperienza interessante nel senso che mi ha fatto capire qual è la vera vita di un attore, degli scavalcamontagne, come tutti noi siamo in origine. Ed essendo la prima vera tournée per me, anche massacrante a volte, capire cosa vuol dire. E poi, di portare in giro spettacoli non sempre facili da trasmettere al pubblico. Per quanto riguarda Duilio, era un altro mio amico fraterno, carissimo, con cui abbiamo fatto anche tante cose assieme, successivamente. Ma prima, nel 1972, sempre assieme a Renato ho fatto al Festival di Spoleto “La conversazione continuamente interrotta” di Ennio Flaiano, un bellissimo spettacolo, con regia di Vittorio Caprioli.

L’abbiamo vista presenziare qualche anno fa a Schio all’inaugurazione di una mostra dedicata a un artista, Gino Pellegrini, scenografo anche di Hollywood. Un suo ricordo? Si, ricordo bene quella volta a Schio. Anche Gino Pellegrini era un mio caro amico, e anche lui mi manca tantissimo, era un genio incompreso che pochi conoscevano purtroppo. Ma era un grande.

La aspettiamo ancora qui nelle nostre zone, ci contiamo. Tornare nel Vicentino? Lo spero, col teatro si può fare. Sarebbe bello. A presto allora, Cochi.

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Francesco Bettin
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