Quando il vino è sostenibile

Ora tutto è Bio. L’abbigliamento è Bio, il cibo è Bio, i cosmetici sono Bio e soprattutto il vino è Bio. Ma non è sempre stato così, c’è stato un periodo, e parlo degli anni Novanta, nel quale, fare un vino biologico era quasi considerato un indice di scarsa qualità, una cosa fatta per accontentare i mercati del nord Europa da sempre sensibili a questi argomenti. In pochi credevano nella sincerità di quei viticoltori che cercavano una strada diversa per produrre le loro uve e il mercato italiano del vino di quel periodo non era attratto da questi argomenti.

Nonostante ciò in parecchi non si sono scoraggiati e hanno cocciutamente lavorato nel rispetto dei regolamenti per ottenere la certificazione biologica, diventando dei precursori di quella che adesso è la normalità. Una di queste cantine si trova in Franciacorta ed è la società agricola Barone Pizzini che deve gran parte del suo successo ad una delle persone più determinate che conosca, Silvano Brescianini. Capelli rossi e stazza imponente, Silvano entra nel mondo del vino all’inizio degli anni Novanta letteralmente dalla porta di servizio.

La cantina ha una storia importante che parte dal 1870 con l’avvio di un’azienda agricola da parte dei fratelli Enrico e Bernardino Pizzini.

Ci vorranno cento anni di attesa per vedere stappata la prima bottiglia di Franciacorta dell’azienda, nel 1971. 

La svolta più importante della cantina avviene però nel 1993 quando si affiancano al Barone Giulio Pizzini Piomarta un gruppo di imprenditori che portano un’aria nuova in azienda. Ed è proprio la visione imprenditoriale dei nuovi soci che individua nel giovane Silvano, direttore del ristorante della cantina, la figura adatta a gestire tutta l’attività. Mai scelta fu più azzeccata.

Quello che la Barone Pizzini è riuscita a fare sotto la sua direzione è sorprendente. Silvano, con il supporto della proprietà, ha intuito da subito che la sostenibilità fosse il futuro nell’agricoltura e ci ha scommesso facendo sì che le Barone Pizzini fosse la prima azienda a produrre un Franciacorta biologico grazie ad un progetto partito nel 1998. Mantenendo la barra sulla stessa direzione, qualche anno fa viene realizzata la nuova cantina che, oltre ad essere molto bella dal punto di vista architettonico, è stata progettata utilizzando materiali naturali e adottando molte soluzioni ecosostenibili che vanno dall’utilizzo della geotermia, del solare termico e del fotovoltaico, rendendo praticamente inesistente l’impronta ecologica di questa azienda.

La preparazione agronomica, enologica, tecnologica e commerciale di Silvano è sorprendente. Ogni volta che lo incontro, mi fa piacere ascoltarlo perché, mentre ti parla, può passare a descriverti le caratteristiche organolettiche di un vino come farti capire l’utilità della biodiversità in campagna, può raccontarti dei problemi nel mercato giapponese come spiegarti le qualità tecniche dell’ultima pressa appena arrivata in cantina e tutto questo lo fa con una parlantina veloce che quasi non da spazio alle virgole. Di queste sue caratteristiche non se ne sono accorti solo i soci della cantina, ma tutta la Franciacorta che lo ha voluto alla guida, come presidente, dell’intero consorzio di produttori.

Tornando a parlare della cantina, che si trova a pochi passi dal lago di Iseo, vi invito ad una visita per assistere ad un’altra dimostrazione di come gli uomini e le donne possano fare la differenza. Entrando si ha subito la percezione di una squadra coesa che ha bene in mente quale siano gli obiettivi della cantina: qualità, sostenibilità e ricerca continua. Sono argomenti tatuati nella pelle di tutti i collaboratori della cantina, sia di chi sta in ufficio, come di coloro che sono in cantina o in campagna.

I vini che amo di questa azienda sono soprattutto due. Il primo è l’emblema del percorso che la cantina ha fatto negli anni e si tratta del Franciacorta Docg Naturae, un vino le cui uve, Chardonnay e Pinot Nero, arrivano dai vigneti collocati più in alto. Un metodo classico che non viene dosato e che deve la sua qualità solo alle uve di provenienza e a una tecnica di vinificazione rispettosa della materia prima. Un vino che rimane sui propri lieviti per quasi 40 mesi. Il risultato è sintetizzato in pochi aggettivi: austero, fresco, sapido e complesso. Adatto ad essere abbinato al pesce di lago può arrivare a reggere il confronto anche con una carne delicata.

Il secondo vino è un azzardo, è l’idea della ricerca continua. Si tratta del Tesi II, un vino che nasce da un progetto di ricerca per l’introduzione dell’Erbamat, un vitigno autoctono, tra le uve che tradizionalmente compongono il Franciancorta (Chardonnay e Pinot Nero).

Tra qualche anno questa uva potrà essere utilizzata, per disciplinare, in percentuale non superiore al 10%, ma Barone Pizzini ha voluto portare avanti delle prove, imbottigliando un vino dove la percentuale di Erbamat è decisamente maggiore, ovvero al 40%.

Il risultato è interessantissimo, bevendolo si sente il territorio di provenienza, ci si allontana dal paragone con gli Champagne francesi per trovare un’identità, un carattere diverso.

Il vino, pur mantenendo una schiena dritta, ha sentori di fiori bianchi e note di pompelmo.

E’ sapido e fresco, persistente e ricco.

A suo tempo Barone Pizzini ha aperto la strada al biologico ora forse la aprirà all’Erbamat.

Prosit!

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Gianfranco Cipresso
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Bassanese, da 30 anni lavoro nel mondo del vino, per passione, per divertimento e soprattutto per condivisione. Sono convinto che le belle persone fanno il vino buono.

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