Intervista a Anna Galiena

Una protagonista del Ciclo degli Spettacoli Classici appena terminati al Teatro Olimpico di Vicenza.

Anna Galiena è un’attrice italiana che ha vissuto e lavorato molto all’estero, e che non ha bisogno di tante presentazioni. Interprete versatile, dotata di grande poliedricità, con un’internazionalità che fa onore a noi italiani e delle esperienze molto importanti, che l’hanno vista interprete di numerosi film diretti da grandi registi come Chabrol, Leconte, Carlo Lizzani, Bigas Luna ,Bolognini, ma anche da Francesco Nuti, Muccino, la Archibugi. E aggiungiamo anche Tinto Brass, con la quale ha girato “Senso 45”, che a suo parere è un’occasione persa per il regista veneziano di aver fatto un bel film, e del quale preferisce non dire di più. Ha studiato all’Actor’s Studio di New York, metropoli dove ha anche abitato per anni, come anche a Parigi, città a lei familiare. Ha interpretato diversi ruoli anche per il teatro (è stata a Bassano, per la stagione di prosa con “Otto donne e un mistero” un anno e mezzo fa, con Paola Gassman e Caterina Murino), e per la televisione, per fiction di successo come “Romanzo famigliare”, Capri 2”, “Un amore di strega”. Come donna ha un grande carisma e un fascino, una sensualità che riportano a una classe e a uno stile abbastanza introvabili. Per il varietà, sempre sul piccolo schermo, è stata una delle protagoniste di “Ballando con le stelle” e da pochissimo ha lasciato Vicenza, dove è stata impegnata con due spettacoli nel 73.mo Ciclo dei Classici al Teatro Olimpico, interpretando “La signora Dalloway” come protagonista, con Fabio Sartor, Ivana Monti, Romina Mondello e Fabrizio Bordignon, Ruben Rigillo, e il monologo “Noi, Dialoghi shakespeariani” da lei tradotto e interpretato, con tanto di regia, al quale, ci dice, teneva davvero tanto. E Vicenza l’ha applaudita con grande calore tributandole un affetto particolare, sentito. È da questi spettacoli che partiamo per la nostra intervista.

Foto di Roberto De Biaso

Grande successo personale, signora Galiena, a Vicenza. E anche un grande esercizio di memoria, come prima cosa… Beh, se ci manca quello a noi attori, stiamo freschi. Ho sempre amato Shakespeare, soprattutto i versi, e quando vivevo a New York tutto il mio poco tempo libero era dedicato a leggermi e impararmi soprattutto le scene a due. Mi piacevano molto certe commedie, che poi sono anche riuscita a fare, e quando si conosce bene anche la parte dell’altro personaggio si lavora meglio. In seguito mi venne anche proposto di fare uno spettacolo su questo, e ora dopo aver tradotto dei brani lo faccio come lo sento, minimalista, uno spettacolo dove ci si deve concentrare, al quale hanno creduto già lo scorso anno Karin Proia e Raffaele Buranelli, produzione “La nutrice”, e che Giancarlo Marinelli mi ha proposto di portare all’Olimpico. È uno spettacolo che piace molto al pubblico, quindi lo voglio fare ancora.

Tornando a Shakespeare, lo ritiene il miglior drammaturgo, il più completo? Lo amo molto, appunto, anche se non trovo così perfette né le commedie né le tragedie, sulle quali spesso bisogna lavorarci sopra. Ma di Shakespeare amo tutto il resto, la padronanza della lingua e l’ immensa conoscenza dell’animo umano, oltre al fatto naturalmente di saper scrivere scene e liriche sia di tragedie che d’amore.

Come attrice ha qualche rimpianto artistico? Rimpianto non è una parola che mi piace, e poi ci sono situazioni che vanno in una determinata maniera e va bene così. Una volta mi chiamò Pedro Almodovar per un bel ruolo da protagonista, ma ero impegnata in un altro film e anche se il suo si cominciava a girare un mese dopo non sarei riuscita a fare le prove. È successo, dispiace ma va bene così.

Foto di Roberto De Biasio

Chi dei suoi colleghi, o dei registi ricorda con più piacere? Ho avuto soprattutto due grandi lezioni da due grandissimi attori, la prima lavorando con la grande Liv Ullmann, con la quale ho girato “Mosca addio”, di Bolognini. Un rigore notevole il suo, mi ha commosso molto vederla così concentrata, bravissima, non la dimenticherò mai. La seconda lezione è venuta da Michel Serrault, altro grande, e ho degli ottimi ricordi anche di Penelope Cruz e Xavier Bardem, Jean Rochefort, Robin Williams.

Qualche altro attore magari italiano? Certamente, Kim Rossi Stuart, un genio d’attore, proprio bravo.

Anna Galiena da bambina sognava di fare l’attrice? Da piccola io non ci pensavo proprio, è successo che a scuola mi misero su un palco e la cosa mi piacque talmente tanto che mi appassionai, e da allora è stato un crescendo. In quegli anni ero la classica bambina alla quale piaceva dirigere le mie compagne di giochi, che invece erano perlopiù disinteressate e non gliene importava niente di queste recite scolastiche. Per me invece, da gioco preferito è diventato un lavoro.

Il mestiere d’attrice come lo vede? Si può dire che è un lavoro come un altro? Direi di no, innanzitutto occorre una predisposizione e soprattutto una vocazione particolare che se non si ha è meglio pensare ad altro, non basta certo spogliarsi un po’ o fare dei reality per sentirsi un interprete, la cosa è assai diversa. Penso che sia molto importante anche la funzione sociale che ha, perché alla fine ci sono sul palco degli esseri umani che rappresentano altri esseri umani, con le loro problematiche. Il teatro è questo, fare l’attrice è questo.

Foto copertina di Marco Rossi

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Francesco Bettin
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