Quando il vino è paesaggio

Se vi capita di andare a Bordeaux non potete astenervi da visitare la Cité du Vin, un enorme centro culturale di più di 3.000 mq dedicato interamente al vino. Una di quelle cose illuminate che, ahinoi, sanno fare bene i francesi. Lì avrete l’occasione, tramite mille strumenti multimediali, di conoscere la storia, la tradizione, la cultura, la geografia, la meteorologia, i profumi, i sapori… insomma tutto quello che c’è da sapere sul mondo del vino. Entrando al secondo piano di questa cattedrale dell’enologia, sulla destra, vi accoglie un enorme schermo e le immagini che vengono proiettate vi fanno volare, come foste un uccello migratore, tra i luoghi più belli al mondo ove si produce vino. Questo bellissimo video vi fa scoprire posti incredibili e panorami magnifici. Quando arrivate a sorvolare l’Italia i luoghi che vengono proiettati come esempio di viticultura eroica e di paesaggio memorabile sono le splendide colline di Valdobbiadene, la terra del Prosecco, patrimonio dell’Unesco.

Ecco, sono dovuto andare a Bordeaux per capire che il più bel territorio enologico italiano è a pochi km da casa. Un territorio magnifico, fatto di mille piccoli terrazzamenti, i cosiddetti “ciglioni erbosi”, che hanno permesso la coltivazione dell’uva anche dove le pendenze sono quasi impossibili. Quelle zone, così importanti, sono state classificate con il termine di “Rive” con lo scopo, anche grazie a un disciplinare di produzione più rigido, di valorizzare le uve che lì vengono raccolte. Girando per quelle colline ho visitato diverse cantine, ma una, che mi era stata segnalata dall’amico Luca Zanin, mi ha particolarmente colpito per alcuni elementi distintivi, la cantina Spagnol – Col del Sas. È una cantina dalle giuste dimensioni, non troppo grande né troppo piccola, lavora quasi esclusivamente uve di proprietà, fa vini buoni e nella sua gestione vede coinvolta l’intera famiglia.

La cantina si trova a Colbertaldo di Vidor, e ha una storia di coltivazione d’uva e produzione di vino sfuso che comincia, con il bisnonno Serafino, all’inizio del secolo scorso e che è proseguita fino al 1986. Da quell’anno, Orazio Spagnol, il nipote di Serafino, fa il grande passo mettendo in bottiglia, con una propria etichetta, il vino prodotto. Ad affiancare Orazio, oltre alla moglie Loreta arrivano 4 figli che ora lavorano tutti in azienda dividendosi tra cantina e vigneto.

Gli Spagnol non sono persone che amano molto mettersi in mostra e preferiscono lavorare in cantina o in campagna, tra i loro 35 ettari di vigneto di proprietà, piuttosto che dedicarsi alle pubbliche relazioni. Quando riesce a staccarsi dalle vasche e dalle autoclavi tocca a uno dei figli, Marco Spagnol, il compito di rappresentare l’azienda e devo dire che lo sa fare molto bene. Non fatevi ingannare dal sorriso sempre pronto, dagli occhi azzurri, dalla parlata veloce, Marco ha idee molto chiare, è concreto e competente. Conosce bene le potenzialità e le caratteristiche del suo territorio e ha rispetto della storia e della tradizione di quei luoghi, ma lo fa con lo sguardo di chi guarda lontano, alla ricerca di nuove soluzioni per valorizzare ancor di più i suoi vini e il suo territorio.

Con lui ho avuto modo di fare un giro tra le vigne della famiglia Spagnol che sono disseminate in un raggio di quasi 10 km, un percorso che parte dalla cantina e arriva a Pieve di Soligo. La maggior parte degli impianti sono in collina con alcuni appezzamenti su luoghi piuttosto estremi, come quelli che si trovano nello storico vigneto di Col del Sas a Saccol, e dove la lavorazione del terreno è praticamente tutta manuale.

I vini della famiglia Spagnol sono decisamente buoni anche per coloro che nel bicchiere cercano complessità e ricchezza, per quei bevitori che, erroneamente, considerano il Prosecco come un vino di serie B senza fare le dovute distinzioni. La tecnologia che c’è nella cantina Spagnol permette di lavorare in modo ottimale l’uva Glera e di produrre prosecchi eleganti, freschi, integri e di buona beva.

A mio avviso i vini che fanno la differenza sono due: il primo è il Rive di Solighetto Brut Conegliano Valdobbiadene DOCG. Si tratta del Cru dell’azienda, un vino che nasce dall’attenta selezione delle uve provenienti da differenti vigneti che si trovano a Cisa di Solighetto e che, dopo la vinificazione e una permanenza sui propri lieviti per 90 giorni, rifermenta in autoclave per ulteriori 3 mesi. È un vino quasi balsamico, con note di frutta esotica, piacevole da bere, ma con una buona complessità. Perfetto da aperitivo e in accompagnamento a piatti vegetariani.

Il secondo vino invece è un Prosecco decisamente atipico e si tratta del QUINDICI16 Extra Brut Conegliano Valdobbiadene DOCG. Viene creato con l’assemblaggio di 2 differenti annate in pari quantità, la presa di spuma dura 6 mesi e il dosaggio di zucchero è quasi zero. Un gran vino, complesso, dove la dolcezza tipica del Prosecco è sostituita da un equilibrio tra freschezza e sapidità con note di frutta secca. Questo non ve lo consiglio per l’aperitivo, va bevuto in accompagnamento a un salmone, a un risotto cremoso e perché no a un coniglio in umido.

Mi raccomando, appena la primavera sarà sbocciata, correte a farvi un giro tra quelle colline, un territorio che tutti ci invidiano, andate nelle osterie, fatevi dare del pane caldo e due fette di salame e con un bel sorriso, godendo di un panorama unico, gustatevi un bel bicchiere di Prosecco. Prosit!

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Gianfranco Cipresso
[email protected]

Bassanese, da 30 anni lavoro nel mondo del vino, per passione, per divertimento e soprattutto per condivisione. Sono convinto che le belle persone fanno il vino buono.

1 Comment
  • Claudio Fraron
    Posted at 18:57h, 10 Febbraio Rispondi

    Complimenti articolo suggestivo ed pieno di passione

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