Quando il vino è amore

È buio da poco, ancora intravedo il dolce profilo delle colline marchigiane, ma soffia un vento freddo che mi sbatte in faccia una pioggerellina ghiacciata e io sto armeggiando con un grosso lucchetto per aprire il pesante cancello che ho davanti. Il telefonino si illumina e mi appare il messaggio che attendevo: “Ciao Gianfranco! Le chiavi sono nella terza scatola dietro alla cassetta delle poste, il codice è 23789, in casa troverai qualcosa per prepararti una cena e la cantinetta ben fornita. Domattina alle 9 Alessandro ti porterà a visitare i vigneti e la cantina e poi arrivo io per la degustazione e il pranzo. Buona serata, ci vediamo domani! Silvia”.

Fino alla mattina successiva non mi rendo conto di cosa ho attorno, sento solo un forte vento che si infila tra i serramenti e che mi tiene compagnia tutta la notte nonostante io abbia fatto un abbondante uso della “cantinetta ben fornita”. Quando mi sveglio il paesaggio è magico, colline dolci dove, l’alternarsi di diverse coltivazioni, rende l’orizzonte una scacchiera multicolore.

Articolo a cura di Gianfranco Cipresso

Bassanese, da 30 anni lavoro nel mondo del vino, per passione, per divertimento e soprattutto per condivisione. Sono convinto che le belle persone fanno il vino buono.

Gianfranco Cipresso

Mi trovo a Pievalta, una piccola cantina posata su un poggio a Maiolati Spontini, un borghetto in provincia di Ancona. L’aria fredda ci perseguirà tutta la mattina, durante la visita ai vigneti: “È la Bora” dice Alessandro, il vento che scende da nord-est e che porta il mare fin dentro le piccole valli dei castelli di Jesi, lo stesso vento che trasporta il sale e lo iodio e lo deposita sugli acini di Verdicchio, rendendo questo vitigno legato al suo territorio in modo simbiotico.

Conosco Alessandro e Silvia da 20 anni, ma li ho conosciuti in un’altra loro vita. Lui, nel 2001, è un giovane enologo che lavora da poco in una famosa cantina della Franciacorta. Lei, nello stesso periodo, è dapprima impiegata in una distribuzione di vini con la quale collaboravo all’epoca e successivamente dipendente della stessa cantina bresciana dove lavora Alessandro. Ed è nei corridoi tra ufficio e cantina che tra i due nasce l’amore. Ma il loro giovane rapporto viene messo presto alla prova: nel 2002 l’azienda di Franciacorta acquisisce una cantina nelle Marche e viene chiesto ad Alessandro di dirigerla per convertire la produzione di grandi quantità d’uva per pianta e conseguenti vini modesti in un progetto di sostenibilità, selezione e soprattutto qualità.

La scelta che la coppia deve affrontare non è facile, l’amore o un nuovo ambizioso progetto? Decidono di mettersi alla prova. Alessandro si trasferisce e Silvia, nei quattro anni successivi, impara a conoscere ogni centimetro della E45, strada che percorre quasi ogni settimana per trascorrere il week end con il suo compagno. Nel frattempo, Pievalta cresce e quando c’è la necessità di aumentare la squadra viene chiesto a Silvia di affiancare Alessandro, permettendo loro di diventare una coppia nella vita e anche nel lavoro.

Adesso li ho ritrovati nella loro nuova vita, sposati e con un bimbo di cinque anni. Assieme dirigono questa cantina e il loro amore non se lo sono tenuto tutto in casa, ma lo hanno rivolto anche all’esterno, lo mettono in quello che fanno tutti i giorni, nel rispetto della natura e della terra che li ospita, nella delicatezza con la quale fanno i loro vini, nella gentilezza con la quale ti ospitano.

In Pievalta hanno subito deciso di affrontare la viticultura in modo biologico prima e in modo biodinamico poi. Quando Alessandro ti fa vedere le vigne capisci che le considera esseri viventi che meritano rispetto e attenzione, che hanno bisogno di equilibrio e amore. La stessa sensazione la percepisci assaggiando i vini dalle vasche e dalle botti nei quali ritrovi un perfetto collegamento tra il vitigno e il suo terroir.

Passione uguale la trovi quando Silvia ti fa assaggiare i vini in bottiglia e ti racconta la storia di ogni annata e di ogni vigneto. Lo fa con quella cadenza bresciana che non è ancora svanita, ma che condisce con qualche cenno di dialetto marchigiano.

Dei vini che più mi hanno colpito in questa visita uno è sicuramente il Verdicchio Riserva Castello di Jesi “San Paolo”: un bianco di grande struttura, minerale e sapido. Al naso richiama i fiori secchi, un cenno di camomilla e una nota di agrumi persistente. Un buon abbinamento per un risotto ai funghi, spettacolare con un panino con la porchetta.

L’altro è il Verdicchio Dominé, ma nella versione che ho assaggiato dalla botte in anteprima, un vino ottenuto anche grazie a una parziale macerazione delle bucce. Andrà in bottiglia tra poco, ma vi assicuro che si tratta di un vino succoso, fresco e con un leggero nervo dato dal tannino ceduto dalle bucce. Una bottiglia che avrà sicuramente una grande longevità e che farà parlare di sé.

Silvia e Alessandro non hanno avuto vita facile, inserirsi in una comunità fatta di piccoli borghi è sempre difficile quando sei “forestiero” e nelle vigne fai cose “strane”. Ma piano piano, con la loro gentilezza sono riusciti a conquistarsi questa piccola fetta di paradiso. Merito dell’amore. Prosit!

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