Meditare e Pregare due mondi diversi – Meditare per essere

In questo articolo vorrei sfatare un mito persistente, tenace, che per troppo tempo è rimasto appiccicato al concetto di meditazione.

Se mi seguite da un po’, da qualche anno ho l’onore di occupare questo spazio su Occhi, vi sarete accorti che la meditazione è una disciplina particolare e profonda che riguarda l’intimo delle persone e che, se possibile, dovrebbe essere praticata in silenzio, in un luogo tranquillo e con meno distrazioni possibili.

Questo, senz’altro, la associa per certi versi alla preghiera che, per noi abitanti dell’occidente, è un concetto meglio conosciuto, più digeribile diciamo. Ma le similitudini tra le due pratiche si fermano qua perché ben poche caratteristiche sono equiparabili tra meditazione e preghiera.

Eppure troppo spesso, specie tra i neofiti, mi viene rivolta la fatidica domanda: “Meditazione e preghiera sono la stessa cosa?”

Direi di no, direi piuttosto che sono due mondi piuttosto diversi come recita il titolo di questo articolo. La preghiera, nelle sue molteplici sfaccettature, ha sempre come fondamento una ricerca del divino, del contatto con la divinità e questa ricerca assume la forma della richiesta, di una domanda o invocazione che il devoto rivolge al sacro.

Giaculatorie e Lodi, Tridui e Intercessioni sono tutte forme usate dal credente per entrare in una forma di contatto con Dio elevando se stessi attraverso la recitazione ad alta voce o silenziosa.

I più pignoli potrebbero sottolineare che nella cosiddetta lectio divina la forma meditatio è uno dei passi essenziali in cui si dispiega la preghiera degli antichi padri delle chiesa. È pur vero ma in questo caso il termine meditatio ha un valore molto, molto differente rispetto alla disciplina della meditazione di cui vi parlo da anni in questa pagina.

Infatti già ho avuto modo di sottolineare che, il termine meditazione, è riduttivo per quel che la pratica significa in realtà, ma nella nostra lingua è l’unico termine che si avvicini abbastanza a quanto ci raccontano i testi orientali. Un altro termine è contemplazione uno stato del meditante che però descrive solo una situazione, non l’intera pratica.

La meditazione, a differenza della preghiera, cerca un contatto col sé, con la nostra interiorità e soprattutto cerca un contatto privo di giudizio, in uno stato di osservazione che permetta un accogliere semplice e naturale di ciò si è, per come si è.

Non è un’attività di richiesta e un meditatore non direbbe mai “mea culpa”, oppure “mi pento”, non perché questo non abbia una sua valenza ed eventuale efficacia. La contrizione è da coltivare, ma semplicemente perché non è oggetto del meditante porsi in una determinata condizione come potrebbe essere quella del peccatore, o del pentito, o di chi richiede ascolto, salvezza e via dicendo. Oggetto della meditazione è l’osservare in maniera gentile come si è, senza sentirsi giusti o sbagliati, anzi, spesso vi sentirete dire dal vostro insegnante di meditazione: senza giudizio.

Chi medita infatti non cerca un giudizio, una posizione rispetto a questo o quel comportamento, ma con grande semplicità accoglie la vita per quello che è osservando se stesso e le proprie reazioni proprio nel tentativo di disidentificarsi da esse. Chi medita ricerca uno stato dell’essere che gli permetta di lasciar cadere le resistenze, la reattività, le pulsioni che lo governano questo perché, inevitabilmente, sono proprio quelle condizioni che ci conducono sempre in situazioni spiacevoli, di sofferenza.

Allora il meditante non si affida a Dio, ma cerca in sé di lasciar affiorare quella luce che altro non è se non la luce del divino che alberga in lui.

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Demetrio Battaglia
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Demetrio Battaglia. Ricercatore, scrittore e informatico. Vorresti leggere altri articoli su questo argomento, oppure sei interessato a capire meglio chi sono e di cosa mi occupo? Visita il mio sito.

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