Quando il vino è memoria

Soave è una piccola e bellissima cittadina completamente murata e mi sono sempre sorpreso nel trovare, proprio nel centro di questo borgo, quella che probabilmente è la cantina più importante del territorio: l’azienda Pieropan. Fino a qualche anno fa, quando varcavi l’arco d’ingresso ed entravi nella corte della cantina, a fare gli onori di casa ci pensava la fiera e dinamica Teresita, mentre lui, il “magister”, lo vedevi di sfuggita passare tra il laboratorio e la cantina, impegnato a stare vicino al suo più fedele amico, il vin Soave. “Lui” è una leggenda per quel territorio, un uomo tanto umile quanto preparato, una persona che negli anni bui del metanolo e della grande produzione di dubbia ha difeso a spada tratta una denominazione di grande storia e qualità come quella del Soave.

“Lui”, ragionando con l’amico e giornalista Luigi Veronelli, è stato il primo a decidere di indicare in etichetta il nome di un Cru, di un vigneto specifico, individuando nelle uve provenienti dal monte Calvarino caratteristiche diverse da tutte le altre e decidendo quindi di vinificarle in modo separato per far conoscere le diverse potenzialità di un territorio che al suo interno ha suoli, esposizioni e altitudini molto diverse. “Lui” è Leonildo Pieropan, Nino per gli amici, un pilastro dell’enologia italiana, mancato troppo presto qualche anno fa.

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Nino vanno riconosciuti molti meriti, il primo fra tutti la fortuna di aver incontrato una donna come Teresita, assolutamente complementare al suo carattere. Lei è la vera leonessa della cantina: estroversa, sempre pronta a supportare le scelte di Nino, anche le più impegnative, sempre disponibile a metterci la faccia quando c’erano da presentare i vini dell’azienda e dotata della giusta dose di ambizione, certa che il lavoro del marito avrebbe dato, come poi ha dato, i frutti sperati.

Un altro merito è quello di aver preso una cantina fondata dal nonno e di averla resa un simbolo assoluto di qualità in un periodo storico nel quale veniva premiata la quantità e l’omologazione.

Altra medaglia va appuntata a Leonildo per la continua voglia di ricerca e formazione, il volersi confrontare costantemente con altri produttori e altri territori, in Italia e all’estero, per il desiderio di esplorare ogni possibile conoscenza e portare a casa quello che meglio poteva adattarsi al proprio territorio e alle caratteristiche delle uve di Soave. Notevole è stata la sua volontà di condivisione della conoscenza e il desiderio di fare squadra con altri produttori per una crescita della qualità globale. Questo suo pensiero lo ha portato a essere uno dei fondatori del movimento dei Vignaioli Indipendenti in Italia. Nino ha avuto anche la grande capacità di trasmettere la sua passione e la sua visione di qualità e di rispetto del territorio ai figli Andrea e Dario. Il primo, Andrea, si occupa della parte agronomica e, oltre a conoscere le peculiarità di ogni filare, tiene il vigneto in ordine come il giardino di casa, con una passione quasi maniacale. Il secondo, Dario, è uomo di cantina e in ogni decisione che prende è cosciente della responsabilità che si assume per mantenere o, meglio ancora, progredire nel solco lasciato da Nino.

Un’ultima cosa che va riconosciuta a Leonildo è di non aver mollato mai e di aver creduto sempre nel futuro. A questo proposito mi ricordo uno degli ultimi incontri che abbiamo avuto dove, con gli occhi illuminati, mi mostrava i disegni di quella che sarebbe stata la nuova cantina Pieropan e che verrà inaugurata la primavera prossima. Leonildo, tra le persone del vino che ho conosciuto, mi è sempre piaciuto moltissimo. Era discreto nella sua presenza, ma quando parlava, con la sua leggera erre moscia, c’era sempre molto da imparare e la sua autorevolezza era palpabile.

Di questa cantina berrei tutto, dal Ghes, il rosato spumante, come aperitivo, al Soave Classico come vino fresco e fruttato, dal Soave La Rocca come bianco di grande struttura, all’Amarone per la meditazione, per finire con il Recioto di Soave, un dolce di grandissima eleganza.

Ma i due vini che più amo sono il Soave Calvarino e il Valpolicella Superiore Ruberpan. Il primo è il vino simbolo dell’azienda, etichettato con questo nome la prima volta nel 1971. Un bianco fruttato e floreale, con una mineralità straordinaria, estremamente longevo e, se bevuto dopo diversi anni, offre sensazioni di grande complessità. Sta benissimo con il risotto con gli asparagi, ma è delizioso con i crostacei e qualche pesce delicato. Il secondo vino invece è un rosso di ottima struttura, anche questo frutto di un progetto molto ambizioso cominciato nel 2000 quando i Pieropan hanno voluto andare oltre le colline del Soave per approdare nella Valpolicella con uno stupendo vigneto di uve a bacca rossa. Si tratta di un vino rosso rubino intenso, con note di frutta rossa e amarena che si combinano con i sentori dello speziato e del tostato. Un vino rosso di gran corpo, ma elegante. Questo vino me lo sogno con un piatto di gnocchi al ragù di mia mamma. Uno spettacolo.

Ho voluto parlare di Leonildo Pieropan perché è l’ennesima conferma che dietro a un vino buono c’è una bella persona. Nino ci ha insegnato, e continua a farlo, qual è il concetto di qualità e di difesa di un territorio, quanto sia necessario l’apprendimento continuo e la fiducia nelle generazioni future e soprattutto quanto sia importante avere una grande donna al proprio fianco. Prosit.

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Gianfranco Cipresso
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Bassanese, da 30 anni lavoro nel mondo del vino, per passione, per divertimento e soprattutto per condivisione. Sono convinto che le belle persone fanno il vino buono.

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