Il ritiro di meditazione – Meditare per essere

Ho già in parte affrontato, in questa rubrica, questo tema che coinvolge sempre più persone e sempre più meditanti. Fino a qualche anno fa frequentare un ritiro di meditazione era una esperienza riservata a pochi appassionati che avevano trovato nella meditazione la loro via o perlomeno uno strumento importante per la ricerca della consapevolezza e dell’equilibrio interiore.

Molto spesso capita, però, che il desiderio di partecipare a un ritiro di meditazione sia dettato dalla volontà di una nuova esperienza, di mettersi alla prova, di vedere che effetto che fa.

Tutto questo va bene, anzi benissimo, ma vorrei ricordare a tutti che per partecipare a un ritiro di meditazione non è sufficiente l’entusiasmo, soprattutto se è un classico ritiro di Vipassana. Stare per dieci, quindici, venti giorni o più a gambe incrociate per una decina di ore al giorno può trasformarsi da un’esperienza in una sofferenza inutile e foriera solo di avversione nei confronti di una pratica che magari si credeva a portata di mano, ma che poi si è rivelata tutt’altro.

Attenzione, non è assolutamente mia intenzione scoraggiarvi, ci mancherebbe altro…

Quello che intendo sottolineare con questo mio articolo è di misurare con attenzione quali sono le vostre abilità e di capire il motivo per cui state facendo una scelta del genere. Il ritiro di meditazione è una esperienza meravigliosa, non scherzo, se affrontata con i giusti strumenti e le corrette abilità. Diventa formativa e trasformativa nel momento in cui si approccia ad essa con la certezza che saranno vissuti momenti di profondo contatto con sé stessi, anche difficili, momenti di introspezione e consapevolezza dei propri limiti. In quei giorni cambieranno ritmi, modalità e salteranno per aria tutte le abitudini che rendono tale la nostra vita quotidiana così come siamo abituati.

Stare in silenzio sempre, tutto il giorno tutti i giorni, non utilizzare la tecnologia per comunicare, entrare in profondità e sentire ciò che siamo realmente e come reagiamo a situazioni limite come un ritiro può essere un’esperienza meravigliosa, ma può anche, purtroppo, trasformarsi in un incubo.

Allora, se posso permettermi, vorrei dare un consiglio ai neofiti da queste pagine.

Prima di iscrivervi a un ritiro così lungo e gravoso, fatto di ritmi insostenibili, di sveglie mattutine alle 4.00 e di insopportabili dolori alle ginocchia, partecipate a un piccolo ritiro di due giorni, partecipate a un seminario di meditazione della durata di un giorno, una domenica magari.

Testate la vostra capacità e resistenza, ascoltate la vostra interiorità sentendo come vi sentite a stare con altre persone per uno o due giorni immersi in un profondo silenzio e contattando parti di voi che la vita frenetica di tutti i giorni tiene sistematicamente a bada o sullo sfondo.

Scoprirete magari che è prematuro stare dieci giorni oppure non vedrete l’ora di iscrivervi perché sentite che, per voi, è arrivato il momento giusto per iniziare questa avventura.

Forse sono io che applico sempre la prudenza e molti di voi lettori, invece, sono per i salti nel buio. Può essere una buona idea, ma chi mi conosce o mi legge, sa che faccio del tempo una preziosa risorsa per cui gettare al vento dieci giorni tornando poi a casa solo frustrati e delusi non è il caso, preferisco assaggiare l’esperienza e poi, una volta che ho capito che fa per me fare il salto definitivo.

Buona meditazione e chissà che non ci si incontri in qualche ritiro…

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