Intervista a Massimiliano Gallo – il personaggio del mese

“Per fare l’attore ci vuole disciplina e impegno, cose che i miei genitori mi hanno insegnato. Napoli è una città viva e piena di talenti, che i registi amano e scelgono per la sua energia”

Un grande attore, Massimiliano Gallo, di straordinario impatto emotivo e di delicata, fine recitazione, finalmente apprezzato anche dal grande pubblico, (è uno dei protagonisti in tv di “I Bastardi di Pizzofalcone”, ed è molto presente sui set cinematografici da diversi anni). Gallo è un sincero e appassionato artigiano dello spettacolo, che ha costruito passo dopo passo la sua carriera. E’ stato uno dei protagonisti del cinema italiano anche all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, dove ha partecipato con due film, come protagonista ne “Il silenzio grande” (regia di Alessandro Gassmann) e in “E’ stata la mano di Dio”, di Paolo Sorrentino, dove compare accanto a Toni Servillo e Renato Carpentieri. Molte le pellicole da lui interpretate negli anni, diretto da registi come Salemme, Martone, Matteo Garrone, Ivano De Matteo, Marco Risi e Ferzan Ozpetek. Molta anche la televisione, da “Sirene” a “Imma Tataranni”, a “The young Pope”, ma Gallo è dal teatro che proviene, da una famiglia artistica che ha visto il papà Nunzio Gallo grande e indimenticabile cantante della canzone napoletana, e vincitore sia di “Canzonissima” (1956) che del “Festival di Sanremo” (1957). 

Buongiorno Massimiliano, complimenti per gli ottimi risultati che stai ottenendo in questo periodo tra cinema e televisione. Sappiamo che è tutto frutto di una grande e serrata formazione…Vengo da una lunga gavetta, anche se magari qualcuno può pensare che è semplice fare l’attore. Naturalmente non è così, c’è un grande lavoro e un grande impegno dietro, che nel mio caso dura da anni e che va anche gestito quando arriva il successo, anche se non è proprio facile, bisogna stare attenti.

Tu provieni da una tradizione di teatro napoletano, che hai frequentato molto. Quel modo di lavorare, quel teatro, sublime e attuale, viene rispettato anche in un’epoca come questa, dove tutto volge al moderno? E’ un teatro che senti vivo quello dei simboli della scena partenopea, come i fratelli De Filippo, i fratelli Giuffrè? Certamente sì, è un teatro che non potrà morire mai perché resta sempre in grande salute, come del resto lo è sempre stato. Ci sono nomi che anche in questi anni hanno saputo e sanno tener alta la bandiera della tradizione, come le compagnie di Luca de Filippo, diretta ora dalla moglie Carolina Rosi, o di Vincenzo Salemme, e molte altre ancora. Mi viene in mente la drammaturgia che fa Leo Muscato, o gli spettacoli di Arturo Cirillo che mette in scena ad esempio Eduardo Scarpetta. O ancora, il teatro di Annibale Ruccello. E’ la stessa città di Napoli a essere un polo artistico molto vivo, con molti talenti. Una città che i registi amano frequentare per i loro set, grazie all’energia che si ritrova.

”Il silenzio grande”, che ora è anche un film è stato anche un tuo spettacolo teatrale di grande successo, scritto da Maurizio De Giovanni, sempre con la regia di Alessandro Gassmann…Esatto, e che stiamo portando in giro da metà dicembre, continueremo con una tournée molto lunga che finirà a fine aprile, facendo la programmazione che era prevista prima del lockdown, ci è stata tutta confermata dai teatri. E’ stato un gran successo fino a che la pandemia non l’ha di fatto bloccato, come molte altre attività. Nel frattempo è anche uscito il film omonimo, dove assieme a me recitano Margherita Buy e Marina Confalone, che è stato presentato all’ultimo Festival di Venezia.

Ph Nunzia Esposito
Ph Anna Camerlingo

Sempre nel periodo più buio della pandemia, come hai vissuto professionalmente quel periodo? Vedere i teatri chiusi era davvero molto triste, purtroppo il teatro era stato messo un po’ da parte, con delle restrizioni importanti, certe volte la cosa lasciava attoniti. Ora come vedi la situazione? Sono molto ottimista, nel senso che per queste aperture di ora i teatri sembrano rispondere ottimamente. La gente ha un gran bisogno di ritrovarsi, incontrarsi di nuovo, ha bisogno proprio del teatro. Credo sia il mezzo più moderno in assoluto, è rimasto uguale a quando è nato rispetto, che so, alla musica e alla sua fruibilità, prima coi vinili, poi i cd, le pennette, poi il ritorno ancora al vinile. Il teatro non cambierà mai, perchè ha bisogno soltanto del rapporto tra chi sta sul palco e chi sta giù in sala. Quello scambio non morirà mai, e non ha bisogno di artefici. Per quello sono super ottimista rispetto a una ripresa, alla voglia del pubblico di ritornare in presenza nelle sale. Non ho dubbi, è una cosa che riguarda l’umanità in generale, quella di aver voglia di incontrarsi.

Sei un protagonista molto attivo del nostro spettacolo, hai iniziato col teatro, ma ora tv e cinema ti cercano molto. Facevo il teatro per mesi, tournée molto lunghe finchè ebbi l’occasione di un provino con Marco Risi per “Fortapàsc”, un bel ruolo, e un bel film. Fu Ferzan Ozpetek in seguito, con “Mine vaganti” ad avere un’intuizione giusta per farmi fare una commedia, dopo che mi aveva visto in un ruolo drammatico. Il teatro comunque non l’abbandono mai, in dieci anni ho fatto più di trenta film e quindici serie televisive ma ho sempre continuato a farlo. Diciamo che ora ho un po’ assestato la mia carriera che mi vede impegnato su tutti i fronti.

Il tuo debutto? Fu con Carlo Croccolo, subito dopo il liceo, in seguito ho lavorato per diversi anni con Carlo Giuffrè, e in mezzo ho anche fondato una compagnia assieme a mio fratello Gianfranco. Con Giuffrè feci anche un’edizione storica di “Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo, la prima senza lui in scena. I Giuffrè erano straordinari, sia Carlo che Aldo…veri capocomici, figura che oggi manca e si sente. Esperti sulla scena, maestri che insegnavano. Poi ho lavorato in teatro anche con Vincenzo Salemme.

Ph Nunzia Esposito

Essendo figlio d’arte, avrai sentito sulla tua pelle l’importanza di alcuni sacrifici. Assolutamente sì, tanto è vero che oggi svolgo il mio lavoro con piacere e non con sofferenza, come certi miei colleghi, perché è rimasta la vera passione. Ci sono o no lavori decisamente più duri e complicati? E’ una fortuna fare un lavoro del quale sei appassionato, una vera fortuna. Dai miei genitori ho imparato la disciplina, da mio padre in particolare il fatto di non prendersi mai troppo seriamente e di vivere con gioia quello che si sta facendo. Il lavorare nello spettacolo è anche un modo di vivere, che dura tutta la giornata e del quale va vissuto con attenzione tutto. Il mio è un lavoro dove ci vuole disciplina, che mio padre, e anche mia madre che veniva lo stesso dal teatro, mi hanno insegnato. Da mio padre ho imparato anche il fatto che quello che si sta facendo è un gioco, io quando vado a lavorare ho sempre in testa quella motivazione, mi ritengo fortunato a fare l’attore insomma.

Massimiliano Gallo spettatore cosa guarda? Sono un consumatore a trecentosessanta gradi, non ho mai capito chi ama un solo genere sia teatrale, musicale, eccetera. Quando faccio parte del pubblico sono aperto a qualsiasi esperienza, posso vedere tutto. Mi piace consumare ma vivere quell’esperienza non in maniera tecnica ma proprio da spettatore. Chiaramente nel periodo delle chiusure totali, delle restrizioni, credo che un po’ tutti abbiamo consumato nelle televisioni le serie possibili e immaginabili. Io però mi sono anche andato a rivedere quasi tutte le commedie di Eduardo trovandolo, per quanto già lo conoscessi, perché portato in scena più volte, veramente uno dei più grandi drammaturghi in assoluto. Per il modo in cui ha scavato nella famiglia, l’analisi delle piccolezze umane, le messe in scena, straordinario. Sono dei testi incredibili quelli che ha scritto. Come mi sono rivisto, sempre in quei giorni, ad esempio “Un Amleto di meno”, di Carmelo Bene, altro grande. Vedo di tutto come spettatore.

E a un ragazzo o una ragazza che volesse fare del teatro, o del cinema cosa consiglieresti? Proprio perché amo questo lavoro che faccio non condivido la superficialità e la leggerezza nel farlo, nemmeno da parte dei ragazzi. Credo molto al teatro come sacralità. Negli ultimi decenni sono nati in tv tanti talent che hanno portato dei messaggi sbagliati. L’apparire è sembrato bastare a spiegare tutto, la poca sostanza e la molta apparenza. Mi trovo spesso a fare dei laboratori con dei ragazzi che già fanno questo lavoro ma non hanno nemmeno le basi, nemmeno l’abc del teatro, ma si sono buttati perché magari di bell’aspetto, o simpatici. Far l’attore è un lavoro da fare con un altro approccio, decisamente. Intanto ti deve far star bene, partiamo da qui. Poi si deve leggere, studiare molto, anche il proprio corpo, la voce, i generi teatrali. E’ un grande impegno, bisogna amarlo molto questo mestiere.

Sempre parlando del Covid, cosa ci lasciamo dietro secondo te, Massimiliano? Oppure non siamo ancora al punto di lasciarci dietro qualcosa? Guarda, all’epoca si pensava che ne saremmo usciti tutti migliori, no? Facendo post sui social eccetera, alla fine invece abbiamo visto che non è così, purtroppo c’è stato un imbarbarimento generale. Dalla pandemia dovevamo capire che c’era la possibilità di dedicare più tempo alle persone, alle famiglie, a certe priorità. Poi siamo finiti a fare quello che facevamo prima, se non peggio. Quel periodo buio credo sia stato gestito abbastanza bene, per quanto riguarda l’Italia, dico, nel senso che c’è stato un protocollo molto severo, a volte anche limitante ma che per esempio ci ha aiutato a far ripartire i set. Io stesso sto facendo diversi tamponi, oltre ad aver fatto tutte le dosi necessarie del vaccino. Questi controlli hanno permesso al nostro Paese di ripartire pian piano, e altre soluzioni io non ne vedo. Non sono uno scienziato, ma credo che quella dei vaccini sia stata l’unica soluzione per ricominciare. Certo avrei preferito vedere, dopo la pandemia, un’altra umanità, questo si’.

Ph Nunzia Esposito

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Francesco Bettin
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