Olimpia in Scena: intervista a Marina Massironi

Marina Massironi è un’attrice simpatica e davvero brava, che nella sua carriera ha sempre vinto con l’eleganza e la battuta sempre pronta. Brillante, ma anche capace di far riflettere in alcuni suoi lavori, eclettica quanto basta, la Massironi dopo essersi fatta conoscere con il duo Hansel e Strudel (con Giacomo Poretti), il trio Aldo Giovanni e Giacomo (insuperabile la sua interpretazione di Natolia e il suo tormentone “rabbrividiamo” ), il cinema con “Pane e tulipani” di Soldini (con cui ha vinto il David di Donatello e il Nastro d’Argento), è ora in scena nei teatri d’Italia con “Il marito invisibile“, di Edoardo Erba, assieme a Maria Amelia Monti, uno spettacolo divertente ma un’ennesima occasione per riflettere sul nostro tempo delle relazioni perdute. L’abbiamo intervistata a Thiene, al teatro Comunale, prima di una delle tre recite, parlando dello spettacolo ma anche della sua carriera, ascoltando il suo parere sullo spettacolo in questi tempi difficili.

Ph Marina Alessi

Il marito invisibile” è anche una storia d’amicizia al femminile? Assolutamente si, attraverso questa relazione che passa per le videochiamate che le due amiche si fanno, per il loro percorso amoroso, relazionale, di scontro, amicizia, affetto. Si’, si parla anche di quello, certo, e di solitudine, di ricerca della felicità.

Uno spettacolo dunque da guardare con attenzione, da leggere oltre le righe in qualche modo. Si, il testo che Edoardo Erba ha scritto è interessante, la gente ce lo dice, ce lo fa capire. E’ vero che è una commedia, si ride, è distrazione, ma si sente tutto il resto, si capisce, e la gente apprezza. Quindi anche noi siamo contenti.

Come hai iniziato, Marina? La tua era una passione giovanile per lo spettacolo? Ho cominciato proprio con il teatro, facendo un provino in una scuola di recitazione, ma prima di allora avevo avuto una vera folgorazione al teatro dell’oratorio, ero bambina, avevo visto “Anna dei miracoli” in un teatrino parrocchiale.

Magari ti vedevi già sul palco anche tu? Certo, mi ero immedesimata in questa bimba non vedente, che anche se era una recitazione, diciamo così, didascalica, mi ha fatto arrivare un’emozione fortissima.

Che bambina era Marina in quegli anni? Timida, ed è stato proprio vedendo fare il teatro che ho intuito che c’era qualcosa che poteva darmi stimoli forti per il mio futuro. Pian piano infatti ho allargato la mia passione, alle superiori leggevo le poesie in classe, poi è arrivata la radio, dove inventavo dei personaggi e li interpretavo ai microfoni. Uscita dal liceo ho deciso di fare una scuola di recitazione, cominciando con il teatro per ragazzi inizialmente. Forse non avevo ancora gli strumenti tecnici adeguati ma probabilmente mi salvava l’istinto, la voglia di recitare.

Come definisci il teatro? Un mondo meraviglioso dove c’è una finzione che è più vera della vita, una finzione magica.

Credi nella vocazione? Non lo so, diciamo che per me è stato così, poi ognuno si avvicina in modo diverso, c’è chi lo fa anche in modo più intellettuale di me che l’ho fatto in maniera istintiva e strettamente emotiva e solo dopo ho studiato, che è quello comunque che cerco di continuare a fare sempre, ora.

Qualche attrice a cui ti sei ispirata o che hai amato particolarmente? Beh, sono davvero tante, non saprei deciderne una sola. E poi sono donne e uomini perchè per l’ispirazione ho guardato anche agli attori maschi, assolutamente.

Sei un’attrice che tutti conosciamo e vediamo prevalentemente in ruoli brillanti. Un bel ruolo drammatico, classico, lo faresti? Anni fa feci con Giorgio Gallione il monologo “La donna che sbatteva nelle porte” tratto dal romanzo di Robby Doyle, la storia di una donna che subiva violenza domestica continua dal marito, un testo che visti i tempi purtroppo potrebbe essere ripreso, perchè è un problema che c’è, rimane. Quello fu un momento molto interessante per me, per vari motivi. Portai anche al provino della scuola di recitazione “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, di Leopardi.

Ma potremmo vederti interpretare un classicissimo shakesperiano o di Cechov, prima o poi? Certamente si’, se ci fosse un progetto interessante sotto, non lo farei tanto per farlo, ecco, dovrebbe esserci un gruppo, una ricerca che valga la pena. Comunque è un tipo di teatro che apprezzo. Del resto non faccio nulla “tanto per fare”.

La notorietà quando si riesce a raggiungerla fa stare coi piedi per terra o fa dei brutti scherzi? E’ un punto d’arrivo? Assolutamente no. Io sono sempre la solita Marina, ci mancherebbe. Forse certe volte, quando ci si sente in uno stato di grazia particolare, recitando, si è più felici, solo quello. Quando si è nell’apice del massimo momento di notorietà si ha semplicemente una gratificazione maggiore, c’è la gente che ti riconosce, ma il palcoscenico, il teatro, aiutano molto. Ogni sera hai un confronto con quello che sei in quel momento lì, non puoi barare, ogni sera è diversa.

Tu che hai fatto “Mai dire gol”, “L’ottavo nano”, programmi di comicità intelligente, sarcastica, come la vedi oggi la tv? C’è meno voglia di rischiare oggi. Per fare belle cose in televisione ci vorrebbe una bella fiction con un buon regista, mentre per i varietà ci sono i cataloghi dei comici ma non vedo dei programmi costruiti come ai tempi di “Mai dire gol”, ad esempio, con un’idea di base più strutturata, adesso nessuno vuole più investire. Mi ricordo che noi facevamo le riunioni tutti insieme, poi si facevano due giorni di prove, si provavano gli sketch, si faceva la registrazione. Adesso da quello che sento sembra che le cose siano più improvvisate, ci sia meno lavoro di costruzione. Invece ci vuole un po’ di tempo per conoscersi, fare gruppo, confrontarsi, quella era una televisione di scambio, gente che si dava le idee, se le toglieva, c’era una bella energia che girava. La televisione in questo senso in questo momento non è tanto interessante, anche se la fiction forse è un discorso a parte.

Ph Marina Alessi

Il talento si può riconoscere, e da cosa? A questa domanda veramente non so rispondere, non so cosa sia esattamente il talento. Sento che a volte sono in una connessione speciale durante gli spettacoli ma non la so definire. Non so se sia una predisposizione a fare questo mestiere, se sia un particolare difetto, o vizio, non lo so proprio.

Questo periodo surreale, drammatico che dura da ormai quasi due anni come condiziona il teatro? Bisognerà riuscire a inventarsi un nuovo modo di comunicare anche sul palcoscenico? Il tuo punto di vista qual è? Secondo me è ancora presto per capirlo esattamente, come ben sai le cose si riescono ad analizzare un po’ di tempo dopo che tutto è passato, non siamo ancora abbastanza distaccati.

E de “Il marito invisibile”, lo spettacolo che stai portando in giro con Maria Amelia Monti cos’altro ci dici? Che è stato scritto da Edoardo Erba durante la pandemia anche se non parla del pieno periodo di essa, quello più drammatico, ma di un momento successivo, probabilmente proprio quello che stiamo vivendo adesso. E che tecnicamente ha un impianto non tradizionale, classico, che risente anche dei mezzi tecnici che sono ormai in dotazione a noi tutti, la visualizzazione, la velocità il tipo di linguaggio. Gli streaming abbiamo dovuto praticarli certe volte anche per forza, sono entrati nelle nostre vite. Nello spettacolo parliamo dell’attrazione verso l’invisibilità, che è anche il pericolo di vivere le relazioni in una maniera virtuale e non di persona, con i rischi che comporta questo tipo di comunicazione.

Siamo dunque in un nuovo linguaggio già ora? A mio parere è un modo innovativo, credo, rispetto al teatro classico, di porsi, che conserva le cose tipiche di ogni spettacolo, cioè che le repliche sono diverse ogni sera. L’unicità dello spettacolo viene rispettata. Credo anche che effettivamente ci sia una selezione e il bisogno della stessa. Non sono sicura però che dipenda strettamente dalla pandemia, da questa situazione venutasi a creare, o che forse arrivi magari da un momento di saturazione o di difficoltà che attraversava il teatro anche prima. Certe strutture obsolete, certi modi di affrontare il teatro, parlavamo prima dei classici, potrebbero essere stati già un po’ vecchi, di maniera, probabilmente alcune cose già non ci stavano più tanto bene addosso. Sono d’accordo però che bisogna proporre delle cose innovative. Ad esempio mi parlano tutti molto bene di quello che ha portato in scena Lino Musella su Eduardo, uno spettacolo che purtroppo non sono riuscita a vedere, “Tavola tavola, chiodo chiodo”. Quando si vede a teatro uno spettacolo onesto, che colpisce, che parla di qualcosa che ti interessa direttamente, è bellissimo. Molte cose invece sono fatte per la propria vana gloria, per il proprio desiderio di fare non pensando magari al pubblico… Adesso invece abbiamo tanto bisogno di parlarci, proprio tanto. Abbiamo bisogno di dirci delle cose, di stare insieme, quindi di testi o situazioni che ci mettano in relazione.

Come vedi il prossimo periodo a venire? Non lo so sinceramente. Abbiamo ripreso a far teatro, noi stessi con “Il marito invisibile” abbiamo fatto tante aperture di stagioni, visto che abbiamo iniziato lo spettacolo a novembre scorso, e la gente corre, ha tantissima voglia di ritornare a essere nelle sale. Quindi se stiamo attenti a cogliere questo desiderio e a sentire anche un po’ l’esigenza, e siamo presenti, noi che il teatro lo facciamo siamo responsabili di portare avanti questo rapporto. Ma il teatro non può morire, è assolutamente impossibile. Pur non facendo l’oracolo di mestiere, vedo che ci sono dei teatri che hanno realtà, come questa stessa di Thiene, o anche a Bergamo, al teatro Donizzetti, che portano i ragazzi agli spettacoli, che creano movimento, una bellissima cosa, è una responsabilità consapevole, una bella gestione.

C’è qualcosa che ti pesa di più oggi, che è più difficile nel fare teatro? In questo periodo per me è faticoso riprendere a viaggiare, ma perchè sono stata tanto ferma a casa, vivendo in campagna mi sono molto rilassata. Poi, sempre in questo periodo bisogna tutelarci di più e star più attenti, quindi la nostra stessa compagnia si muove meno, si è un po’ più guardinghi, è inevitabile. Più che altro comunque pesa lo stare lontano da casa, per tanto tempo.

Vogliamo fare un augurio ai nostri lettori a tutto il pubblico teatrale? Di più di un augurio, tutto il meglio per un ottimo 2022 a tutti. Vi aspetto sempre a teatro.

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Francesco Bettin
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Olimpia in scena – lo spettacolo è di tutti. Olimpia in scena si occupa di teatro, cinema, poesia, libri, eventi vicini e lontani, personaggi e interviste, a cura i Francesco Bettin.

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