Olimpia in Scena: intervista a Francesco Pannofino

Francesco Pannofino è un bravo attore, con la faccia “giusta”, la verve comica ma non solo, un attore che può vestire tutti i panni, impersonare tanti personaggi. Attualmente è in tournée con “Mine vaganti” per la regia di Ferzan Ozpetek. Ed è una voce conosciuta ( è uno dei doppiatori italiani più famosi, che presta la voce tra gli altri a Geroge Clooney e Denzel Washington, ma anche ad Antonio Banderas, Kurt Russel, Jean Luc Van Damme e moltissimi altri). Pannofino debutta nel cinema con Luciano de Crescenzo nel 1985 ma si è fatto conoscere al grande pubbblico con l’iconica serie “Boris” nei panni straordinari del regista Renè Ferretti ma il suo nome è legato a personaggi di grande fattura come “Nero Wolfe” e a fiction come “La squadra” e “I Cesaroni”, e film per la tv, “La farfalla granata”, “Adriano Olivetti”; “Un caso di coscienza”, “Ostaggi”. Anche in teatro è un egregio protagonista da tanti anni.

Ph Romolo Eucalitto

Francesco, partiamo da Boris, di cui hai girato da poco l’ultima serie, la quarta, che sarà su Disney+ a breve. Si, l’abbiamo girata da qualche mese, è in via di arrivo. Aspettatemi tutti anche lì, non solo a teatro, mi raccomando.

Si’ appunto, sei a teatro ora con “Mine vaganti” di Ferzan Ozpetek, che cura anche la regia, insieme a Iaia Forte e Simona Marchini. Come si conquista il pubblico teatrale, c’è una regola? Pur essendo finzione come il cinema, ci vuole una bella storia che il pubblico ha voglia di seguire, senza guardare l’ora e sperare che passi presto il tempo. Anche se è tutto finto, e ci sono attori che recitano se porti emozione gli spettatori si immedesimano, la vivono quella storia, e si divertono se c’è da divertirsi. Del resto il bello del teatro è questo. E comunque ci vuole del coraggio per proporre anche cose diverse dalle solite.

Oltre a essere popolare sei un grande doppiatore, ad esempio di George Clooney e Denzel Washington, ma non solo di loro, la lista è infatti lunga. Qualcuno dei divi che hai doppiato che ti rimane nel cuore c’è? Beh, loro due sono proprio quelli con cui, diciamo, ho una certa “confidenza”, mi sento un parente stretto, un cugino quasi. Si, direi proprio loro dunque. Il doppiaggio è una disciplina dello spettacolo difficile, devi avere una certa predisposizione per farlo bene, una pronuncia pulita, perfetta, e in questo in Italia siamo fortunati, abbiamo una certa tradizione a nostro favore. Poi c’è chi lo fa bene, chi meno bene. E’ un mestiere che s’impara ma essere portati conta, per un attore è una specializzazione più “tecnica”.

Vincenzo Cantone, il tuo personaggio in “Mine vaganti” che tipo di personaggio è? Grottesco, che piace al pubblico, anche se un tantino disperato lo è. Nel paese dove vive è conosciutissimo, e per uno come lui avere un figlio gay è una cosa sconveniente o almeno la vive come tale. Poi è abituato a vivere nella ricchezza, quindi potrebbe fare una vita migliore fregandosene di tutti ma non riesce, è una persona ottusa. Sull’omosessualità la pensa in maniera assurda, come sia una cosa sbagliata, da malati. Oltretutto sono i suoi figli, quelli ai quali destinare l’azienda, figuriamoci. Ma è un testo, che come nel film dice anche molte altre cose, oltre a invitare a una certa riflessione, è un invito a elaborare il pensiero, potrebbe prendere come esempio sua mamma, la nonna dei ragazzi, che è interpretata da Simona Marchini.

Cosa piace di più in questa storia di Ozpetek, qual è la forza vincente di una commedia come questa? Sicuramente quella di riuscire a raccontare qualcosa che va a toccare l’emotività, e il classico rapporto tra genitori e figli visto attraverso situazioni comiche. Ferzan Ozpetek è stato particolarmente bravo a spiegare il tutto con momenti esilaranti che sono alternati ad altri di poesia.

Il tuo stesso ruolo nel film di qualche anno fa era stato affidato a Ennio Fantastichini, un attore di cui purtroppo l’Italia come sempre sembra essersi un po’ dimenticata. Ti sei ispirato a lui o te lo sei studiato e impostato da solo, con la direzione registica naturalmente? Innanzitutto dico che è un vero onore per me interpretare Cantone, Ennio era un caro amico, e lo penso ogni sera prima dello spettacolo. Con lui avevamo un rapporto bellissimo, avendo anche molto lavorato assieme e conoscendoci bene, purtroppo è venuto a mancare troppo presto, è stata una grande perdita. Quando mi è stata fatta la proposta di interpretare questo ruolo che aveva fatto anche lui al cinema mi sono sentito riempito di responsabilità ma anche onorato e lo dico in piena sincerità.

Lo spettacolo sta avendo un grande riscontro da quel che si sa… Ormai ho in mano una statistica più che positiva, sono molte le repliche fatte tra prima e dopo il lockdown e non è mai successo che non sia piaciuto o che ci sia stato poco pubblico. E’ uno spettacolo che la gente ama molto, lo vediamo alla fine, quando siamo circondati da sorrisi di affetto e di stima e questo ci inorgoglisce e ci rende felici.

Parliamo della tua voce, che da grande doppiatore quale sei conquista anch’essa il pubblico. E’ frutto di un talento naturale o di tanto studio? Una certa incoscienza è alla base di chi intraprende questo lavoro, perché è tanto difficile e non è scritto da nessuna parte che si riesca a ottenere successi e soddisfazioni. SI può anche diventare comunque dei buoni attori, qualcuno lo capisce e qualcuno no, e magari continua a insistere pur essendo evidentemente non proprio adatto, si riesce a capirlo questo, se è il caso di insistere dopo tanto o lasciar perdere. Del resto non c’è mica niente di male, io non sono adatto praticamente a fare tutto , a parte l’attore. Se uno che non è portato insiste tutta la vita secondo me si dà la zappa sui piedi da solo. Far l’attore è davvero difficile, certo se si riesce si hanno belle soddisfazioni e la cosa è piacevolissima. Bisogna anche dire che si pensa sempre che noi siamo sempre sul red carpet, che facciamo la bella vita ma non è così, perché per certi ruoli impegnativi poi è sempre richiesta una performance faticosa, con tanto studio. Da quel punto di vista è una sfida continua.

C’è qualcosa che non hai fatto e ti piacerebbe fare? Sono 45 anni che lavoro e ogni volta che mi arrivano proposte sono spesso inaspettate, e diventano delle vere sorprese. Penso che se uno ha in mente qualcosa da fare magari non gli capita, quindi non ho veri desideri, sono soddisfatto di aver fatto quasi tutto, diciamo.

Vogliamo dare qualche consiglio a chi vuol fare l’attore, a chi sogna questa vita? Se mi viene chiesto, come capita, la prima cosa che chiedo è l’età, perché è un mestiere che va iniziato quando si è giovani, oltre i trent’anni dico di lasciar perdere. Perché se si è giovani si riesce anche a cambiare strategia qualora si capisce che qualcosa non riesce ad andare. Un po’ di gavetta va bene ma è inutile a mio parere insistere per troppi anni, può diventare una sofferenza e in quel caso meglio lasciar perdere.

Foto cover: Ph Andrea Ciccalè

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Francesco Bettin
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Olimpia in scena – lo spettacolo è di tutti. Olimpia in scena si occupa di teatro, cinema, poesia, libri, eventi vicini e lontani, personaggi e interviste, a cura i Francesco Bettin.

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