Prendersi cura di sé…

Ho già avuto modo di parlarvi di quest’argomento, ma vorrei approfondire alcune sfumature che mi sembrano particolarmente importanti.

Vi faccio una domanda:

“Quando tempo dedicate a voi stessi durante una intera giornata?”

Non fraintendetemi nelle parole, ma soprattutto non barate!

Innanzitutto chiedetevi se quel tempo è vero tempo dedicato al sé, non ai vostri passatempi, o ai figli, o il tempo extra-lavoro. Non vi sto chiedendo di quel tempo che trascorrete con il telecomando in mano, in una palestra, con gli amici al bar o impegnati in qualche svago. Quel tempo non è dedicato a sé, ma dedicato al proprio tempo libero… non vi è alcun male ma è molto diverso.

Quando dico tempo dedicato a sé intendo quel tempo in cui si sta effettivamente a contatto con sé stessi: ci si ascolta, ci si indaga, si cerca di scoprire i propri intenti più profondi, i moti dell’animo, le emozioni che ci muovono nel tentativo di capire più a fondo, più nell’essenza ciò che realmente siamo.

Lo so bene che la risposta è, nella stragrande maggioranza dei casi, zero spaccato!

Gli antichi la consideravano una pratica vitale, essenziale per l’uomo, ed era conosciuta come “Cura di sé”, in greco Epimeleisthai heautou. Si tratta di riflessioni profonde, meditazioni, sul proprio essere, prendendo per se stessi del tempo vero rivolto alla cura di sé. Queste riflessioni dovrebbero sfociare poi in vere e proprie pratiche di vita, dovrebbero donarci una visione più accurata e approfondita del “come vivere”, del “come relazionarsi”, dare infine un’impronta etica alla nostra esistenza in modo da condurci a quella Saggezza che contraddistingue chi percorre il sentiero della vita applicandosi per coltivare le virtù.

Chiediamoci ora con sincerità quanto tempo dedichiamo a queste pratiche. Forse la maggior parte di noi non le ritiene necessarie, ritiene che siamo superflue e prive di senso, ma allora la domanda seguente sorge quasi spontanea: “Qual è il significato del nostro esistere?”

Come si concilia un’intera vita a intrecciare relazioni, vivere esperienze, nutrire speranze, sopportare sofferenze, perdere affetti, ridere e piangere in un lunghissimo susseguirsi di eventi che poi terminano ineluttabilmente in una bolla di sapone?

Sono domande che è giusto porsi…

Se non riusciamo a trovare uno spazio minimo, una manciata di minuti, nel corso di un intero giorno in cui sederci, fermarci, e dedicare del tempo ad ascoltarci, a prenderci cura di noi stessi, e sentire ciò di cui realmente necessitiamo, allora è in corso un piccolo-grande fallimento.

Stiamo, questo è un mio pensiero, snaturando lo scopo della nostra comparsa su questo pianeta come anime in cammino, qualsiasi sia il credo (religioso o meno) che ci muove.

I nostri antenati conoscevano alla perfezione la frenesia del vivere, sapevano che una scarsa consapevolezza avrebbe prima o poi condotto l’uomo sull’orlo del baratro.

Guardatevi attorno…

Se a voi sembra questo un mondo normale, sereno e in pace forse è perché siete assuefatti alla totale e imperante inquietudine che pervade ogni ambito del vivere sociale.

Vi lascio riflettere sulle parole di un maestro del secolo scorso:

“Non è un segno di buona salute mentale 

essere ben adattati ad una società malata” 

Jiddu Krishnamurti

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Demetrio Battaglia
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Demetrio Battaglia. Ricercatore, scrittore e informatico. Vorresti leggere altri articoli su questo argomento, oppure sei interessato a capire meglio chi sono e di cosa mi occupo? Visita il mio sito.

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