Spazio Zen – Maggio 2022

C’è un pensatore italiano del ‘700 che pochi conoscono. E che raramente viene proposto a scuola. Parlo di Giambattista Vico. Il quale, studiando la storia nella sua opera la “Scienza Nuova”, arriva a supporre che politica derivi tanto da pòlis, da cui politica, appunto, quanto da pòlemos, cioè guerra.

Per cui la vita delle città, degli Stati, le nostre relazioni sociali o economiche, sarebbero tutte espressioni di un qualche conflitto, e tutto sarebbe conflitto, o, come a volte diciamo oggi, competizione. E ogni conflitto sarebbe una forma diversa di guerra. Per cui avrebbe, al dunque, ragione il vecchio Eraclito, per cui la guerra sarebbe la madre di tutte le cose.

Il corso della storia, insomma, non sarebbe lineare, progressivo, secondo lo svolgersi delle vicende umane, in una modalità che potremmo definire pacifica. La storia sarebbe, invece, il risultato dello sprigionarsi del conflitto, nelle sue diverse forme.

E gli uomini non sarebbero guidati dalla razionalità, dalla ragionevolezza, dal buon senso. Ma, come la chiamerà Nietzsche, dalla volontà di potenza.

Se in Vico questa volontà ferina venne poi fermata dal tuono divino, il quale diede un ordine anche sociale, oltre che personale, per Nietzsche e per la mentalità odierna, non essendo più scontata alcuna azione divina capace di guidare gli uomini e la loro storia, noi tutti ci troviamo nelle mani della sola volontà di potenza. La quale svolazza ovunque cambiando, di volta in volta, gli attori in campo. Secondo quella “astuzia”, predicata da un altro grande filosofo, Hegel, la quale si serve di tutti, senza essere asservita ad alcuno.

Tant’è che anche il più forte di oggi non è detto che lo sia domani.

Ma se è la volontà di potenza, nelle sue diverse forme, a dominare gli eventi perché siamo tutti rimasti, invece, sorpresi dalla tragedia ucraina? Non è forse vero che anche oggi sono tante, forse una trentina, le guerre dimenticate?

Che cosa ha colpito in questo caso?

Credo che la risposta sia semplice: nell’invasione russa abbiamo visto, in modo lampante, imporre con la forza la propria volontà ad altri. In questo caso a uno Stato sovrano.

E questo meccanismo ci è sembrato, un po’ a tutti, insopportabile, inaccettabile.

Sì, sappiamo anche le contraddizioni della recente storia ucraina, la spregiudicatezza russa, le oscillazioni europee e quelle americane. La storia delle recenti crisi geopolitiche non salva cioè nessuno. Basta dare un’occhiata ai percorsi dei traffici d’armi.

Eppure non è una novità questo meccanismo. Ma sembrava una modalità lontana dal nostro quotidiano.

A metà degli anni novanta, a duecento chilometri dai nostri confini, ricordiamo la guerra nella vecchia Jugoslavia, con la peggiore di tutte le guerre, cioè la guerra civile nascosta dietro a confessioni religiose o tradizioni sociali.

Ma non possiamo nemmeno dimenticare le Torri Gemelle, e ciò che è avvenuto in Iraq e in Afghanistan, nel nord-Africa e nel Sahel, come nel Golfo Persico. E che dire delle navi cinesi oramai pronte per mire espansionistiche?

Insomma, c’è un unico filo conduttore in questo mosaico, cioè la volontà di imporre con la forza le proprie mire sugli altri.

E la risposta occidentale, con un nuovo raccordo tra Usa e Europa, dopo la stagione di Trump, è l’aumento delle spese militari. Convinti che la superiorità tecnologica di noi occidentali farà poi da scudo a questa nuova stagione di conflitti.

Resta la domanda, resa esplicita da Papa Francesco, se sia possibile sradicare questo istinto di guerra che c’è in tutti noi, se sia cioè bandibile la guerra come forma di relazione tra Stati, privilegiando comunque la diplomazia, il dialogo e il confronto. Nella cornice delle diverse forme di diritto.

Nuove utopie, o vecchi dilemmi?

Se poi aggiungiamo le nuove sfide nello spazio cibernetico e la rinnovata corsa alla conquista dello spazio, in un mondo nel quale sempre più vi sono realtà planetarie che non dipendono più dai vecchi confini geopolitici, abbiamo il quadro ammodernato della situazione odierna.

E mai come in questa nuova versione del vivere moderno il mondo è apparso così poco sicuro.

Già la pandemia ci aveva mostrato, se ne ce fosse ancora bisogno, che nessuno è autonomo in senso assoluto, dunque che nessuno si salva da solo, perché siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri, ma ora questa escalation sta cambiano in tutti la percezione della sicurezza.

Ne verremo fuori solo se potenzieremo le forme di conoscenza, di interscambio, quindi di comprensione. Se sapremo costruire dialogo e rispetto reciproco. Cioè se riusciremo a costruire ponti, e non muri.

chi è GIANNI ZEN

Gianni Zen, laureato in filosofia, ha dedicato la sua vita professionale alla scuola, prima come docente e poi come dirigente scolastico in importanti scuole del vicentino quali l’Istituto Rossi di Vicenza e il Liceo Brocchi di Bassano. Sotto la sua guida il liceo bassanese ha conosciuto una crescita repentina fino a diventare il secondo istituto d’Italia per numero di ragazzi frequentanti. Persona estremamente attiva, è da sempre sostenitore di una grande riforma del mondo della scuola. In “Spazio Zen” dirà la sua su temi di attualità legati al mondo della scuola e del lavoro.

Per approfondire un tema o contattare Gianni Zen puoi scrivere un’e-mail a: giannizen@libero.it

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