CULTURA

Non dobbiamo più dire: "ai miei tempi"...

Gianni Zen
Gianni Zen
29 aprile 2026
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Non dobbiamo più dire: "ai miei tempi"...

Solo ripeterlo è un modo di chiudere le porte a qualsiasi tentativo di comprensione.

Ogni epoca storica ed ogni generazioni si portano dietro la tentazione del “quanto si stava meglio quando si stava peggio”.

Dobbiamo andare oltre agli slogan, ed essere disposti a dare un qualche credito alla originalità di ogni stagione della vita.

Se non c’è questo pensiero positivo diventa inutile ogni tentativo di dialogo.

Ad ogni passaggio generazionale, pur in tempi ed in contesti diversi, viene ripetuta questa tentazione. Che semplifica e nega, lo ripeto, l’originalità di ogni tempo storico. Pur con i limiti che conosciamo, ma senza nascondere le tante opportunità.

Abituiamoci dunque alla sobrietà di certi modi di dire.

E’ forse questa consuetudine che ci rende faticosa, parlo come boomer, la comprensione degli adolescenti e dei giovani di oggi. Ma chi vive con loro, vedendo le tante generazioni che passano, capisce che ci vuole più circospezione, più prudenza a giudicare.

Gli episodi di cronaca nera non possono coprire l’intero complesso quadro generazionale, non si fa cioè di ogni erba un fascio.

Tanti genitori fanno fatica a governare certe esuberanze dei propri figli? Vorrei rispondere: è normale rendersi conto che niente è facile, ma proprio qui sta anche la bellezza del compito genitoriale, aiutare ed accompagnare alla crescita autonoma, libera, responsabile. Tanto da riempire intere vite. Gli insegnanti e gli educatori sono più prudenti di fronti a certi giudizi sommari.

Il grande tema di ogni età adolescenziale è il nesso tra valori e limiti, tra libertà e responsabilità. E quando parlo di senso del limite è chiaro che sono gli adulti che devono essere tirati in ballo. E non solo i genitori.

Non si tratta di giustificare in qualche modo certi atteggiamenti anche violenti, comprese le trasgressioni di vario tipo. Non si deve transigere nel condannare, ma deve essere un valutare che dia comunque una seconda possibilità. Perché queste e altre contraddizioni sono figlie, appunto, di nostre contraddizioni.

Perché i ragazzi ed i giovani ci osservano, e colgono presto le nostre incompatibilità tra il dire ed il fare. Ai nostri tempi (parlo sempre da boomer) c’era un’idea di futuro, una speranza di futuro. Un qualche senso del futuro. Oggi è tutto più difficile. In termini valoriali, anzitutto. Ma non solo.

Già noi adulti ci accorgiamo che oggi, rispetto ad anni indietro, son venuti meno tanti punti fermi, certi automatismi. Pensiamo all’aspetto relazionale, a quello affettivo, al nesso tra formazione e lavoro, tra titolo di studio e prospettiva occupazionale, tra i posti di lavoro e le priorità della vita. Pensiamo solo alla cultura del corpo e del tempo libero di questi nostri anni.

Gli adolescenti ed i giovani cosa cercano, crescendo, se non se stessi? Cioè il loro possibile posto nel mondo.

Più in generale, mi verrebbe da ricantare con Franco Battiato il suo richiamo al “cerco un centro di gravità permanente”.

Ma è una ricerca che inquieta non solo loro, ma anche noi, dati i contesti storici che stiamo vivendo.

In sostanza, conta la motivazione che possiamo trasmettere o suscitare, conta il cuore con i suoi desideri (oltre i nostri bisogni) di verità, di bellezza, di giustizia.

E quando queste belle parole mostrano, nel nostro vivere quotidiano, di diventare solo delle maschere, ecco che cercano una qualche rottura con tante forme di ipocrisia.

Per noi, lo ammetto, era un po’ più facile.

Perché, lo ripeto, c’era un’idea di futuro. E questa era motivante. Mentre oggi è una incognita.

Si sopportavano anche le difficoltà e le cadute e le fragilità.

Ricordo bene da ragazzo che si dava per scontato che la verità della vita si doveva solo insegnare da qualche autorità. Data per assodata e incontrovertibile. Mentre non era proprio così.

Il compito che ognuno si ritrova oggi è invece quello della ricerca, della scoperta, della prova ed errore. Per cui i genitori capiscono un po’ alla volta che prima delle parole conta il loro esempio, la vicinanza, la cura, la persuasione. In ceti anche il solo silenzio. Ma un silenzio che parla. Poi la responsabilità è appunto responsabilità. Per cui il senso del limite va detto e dimostrato tutto. Ma senza autorevolezza il ruolo rischia di sfumare del tutto. Anche a scuola è così, ed in tutti i contesti sociali.

In poche parole, oggi conta per prima cosa la autorevolezza.

Quale aspettativa di futuro c’è oggi?

Le difficoltà degli adolescenti non sono legate ai problemi psicologici, divisi tra entusiasmi e sofferenze di vario tipo, ma c’è la fatica di guardarsi allo specchio con uno sguardo positivo.

Il problema è dunque la motivazione, la ragione di vita.

Essendo venuto meno il futuro come promessa le risposte ai tanti perché vanno “sudate”, sperimentate. Ed anche i diritti ed i doveri vanno coniugati in modo nuovo, per dare un ordine alle giornate. Pur tra mille distrazioni e frustrazioni, ma anche tra mille spinte alla bellezza del vivere.

Per cui i giovani faticano a capire il dibattito, tra adulti, sulla ”crisi dei valori”.

Di quali valori, poi?

Così le stagioni della vita e della storia cambiano, e la grande fatica di tutti è quella di mettersi sulle nuove lunghezze d’onda con coraggio, e con un linguaggio veritativo. Che dica anzitutto il bello del vivere, comunque.

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L'autore

Gianni Zen

Gianni Zen, laureato in filosofia, ha dedicato la sua vita professionale alla scuola, prima come docente e poi come dirigente scolastico in importanti scuole del vicentino quali l’Istituto Rossi di Vicenza e il Liceo Brocchi di Bassano. Sotto la sua guida il liceo bassanese ha conosciuto una crescita repentina fino a diventare il secondo istituto d’Italia per numero di ragazzi frequentanti. Persona estremamente attiva, è da sempre sostenitore di una grande riforma del mondo della scuola. In “Spazio Zen” dirà la sua su temi di attualità legati al mondo della scuola e del lavoro.