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Il merito non è sempre di casa.

Gianni Zen
Gianni Zen
27 marzo 2026
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Il merito non è sempre di casa.

La notizia non poteva non fare il giro del mondo. Parlo del caso dell’ex rettore dell’università di Verona, Pier Francesco Nocini, il quale, poco prima di lasciare l’incarico, aveva costruito per suo figlio Riccardo, di 33 anni, unico candidato con suo decreto del 25 settembre 2025, un concorso per la cattedra al posto di ordinario di Otorinolaringoiatria.

Ora la stessa Università, per iniziativa della rettrice, Chiara Leardini, in carica dal 1° ottobre 2025, ha annullato il concorso.

Uno smacco per un certo mondo universitario, purtroppo ancora legato a logiche baronali.

Uno smacco ma anche un modo indiretto per dire la difficoltà di riconoscere percorsi di merito per giovani talenti.

Perché non è infrequente incrociare, ancora oggi, avendo conosciuto da preside studenti davvero preparati e talentuosi, con percorsi di alta qualificazione universitaria, trovarsi ancora sbarrata la strada nei concorsi universitari. Nonostante curricola di valore.

E si trovano costretti, per non subire l’onta del precariato, ad accettare cattedre e contesti professionali di mezzo mondo, con stipendi di molto superiori.

Il buono della nostra scuola e dell’università regalato ad altri Paesi.

Insomma, il merito non è sempre di casa. Non solo a livello universitario. Ma anche nelle nostre scuole, nelle quali vige tuttora il criterio dell’anzianità di servizio, non essendo previsto alcun giudizio di merito sul lavoro professionale. Senza dimenticare il mondo del lavoro: quanti sono i giovani under40 nei consigli di amministrazione o nella direzione di studi professionali? Ma anche nella politica: l’attuale legge elettorale prevede, infatti, che il voto dei cittadini debba rivolgersi solo a liste di partito con nomi bloccati. Per cui non sono il merito e la scelta libera a determinare la nomina di deputati e senatori. E nessuno che si scandalizzi.

Molte nostre famiglie hanno figli che lavorano all’estero. E nello stesso tempo da noi non si trovano persone che scelgono determinati lavori. Complessità che la politica oggi non è in grado di affrontare, nonostante qualche piccolo provvedimento.

Ciò che dispiace per l’episodio di Verona è vedere il figlio del rettore usato da un padre che non riconosce il valore di merito del figlio. Un merito che deve essere di pari opportunità con gli altri giovani. Come vi fosse un diritto originario di una certa casta a trasmettere rendite di posizione. Perché il figlio non si è ribellato?

I giovani, lo sappiamo, oggi non sono più in grado di fare un nuovo ’68, meno ideologico ma pur sempre impregnato di domanda di giustizia sociale. Perché sono statisticamente pochi, disillusi e spesso disorientati.

C’è ancora chi li considera choosey, difficili nelle scelte. Senza considerare il tempo nel quale si trovano a vivere, senza quei punti fermi che le generazioni precedenti davano in eredità.

Eppure non è vero che sono solo nichilisti e individualisti. Una parte è portatrice invece di una “rivoluzione silenziosa” dei valori. Soprattutto sul tema del lavoro, e del posto di lavoro.

Nel senso che il lavoro è sempre fondamentale, ma va abbinato con altri valori ritenuti altrettanto importanti. Insomma, in una ricerca di nuovi equilibri tra il lavoro e la vita vissuta.

Per comprenderli, oggi vi è la necessità di dotarsi di strumenti di interpretazione di ciò che dicono, o non dicono, di se stessi.

Sapendo che, a livello complessivo, oggi si preferisce purtroppo, socialmente, l’appartenenza prima della competenza.

Come si vede, al cuore della complessità odierna, vi è la domanda: quale forma di speranza oggi i giovani possono costruire per il loro futuro?

Oggi vivono un’epoca radicalmente diversa, soprattutto dalla pandemia in poi, anche per la grande rivoluzione digitale in atto e per la continua trasformazione delle forme di vita e del mondo del lavoro.

I posti di lavoro, ad esempio, sono sì a tempo indeterminato, ma non sono fissi.

Come stanno reagendo? Rifiutando il percorso ansiogeno delle proprie professionalità.

Per crescere come qualità della vita ricercano, in progress, quelle forme professionali più in linea con questa ricerca. Sia come lavoro, e come riconoscimento economico.

Pensiamo solo, per farci un’idea, al primo stipendio di un neolaureato in Italia, tra i più bassi a livello europeo. La comparazione la si trova nell’edizione 2025 della Total Remuneration Survey di Mercer.

Valore del lavoro, valore della vita vissuta, valore del tempo umano.

Non più “il tempo è denaro”, ma “il denaro è il tempo”. Ecco il rilievo che i giovani d’oggi danno al proprio tempo libero. E il concetto di posto fisso non ha più un valore assoluto. Per cui cercano di continuo “nuove posizioni”, oltre le rigide professionalità. Guardano cioè al lavoro come a un percorso dinamico, meno legato a un luogo fisico e più centrato sulla propria occupabilità.

Senza più cercare la “società della rendita”, come aveva tentato l’ex rettore veronese.

In poche parole, cercano vivendo le ragioni del proprio vivere. Con le contraddizioni immancabili di ogni generazione.

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L'autore

Gianni Zen

Gianni Zen, laureato in filosofia, ha dedicato la sua vita professionale alla scuola, prima come docente e poi come dirigente scolastico in importanti scuole del vicentino quali l’Istituto Rossi di Vicenza e il Liceo Brocchi di Bassano. Sotto la sua guida il liceo bassanese ha conosciuto una crescita repentina fino a diventare il secondo istituto d’Italia per numero di ragazzi frequentanti. Persona estremamente attiva, è da sempre sostenitore di una grande riforma del mondo della scuola. In “Spazio Zen” dirà la sua su temi di attualità legati al mondo della scuola e del lavoro.