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Intervista a Daniela Scanu

Anna Zaccaria
Anna Zaccaria
03 marzo 2026
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Intervista a Daniela Scanu

La copertina di marzo è dedicata alle donne, alla loro forza, al loro essere sempre in ricerca…La foto è di Daniela Scanu fotografa di Brescia che attraverso autoscatti cerca di raccontare le mille sfumature dell’Essere Donna in questo mondo attuale.

La foto si intitola INCONDIZIONATO. Qui il corpo non chiede di essere guardato: si afferma.

La nudità non è esposizione, ma presenza consapevole, mentre lo sguardo — sottratto al mondo — diventa spazio interiore, luogo inviolabile. Il drappo rosso che copre gli occhi non è un segno di cecità, ma di protezione. Il rosso, colore dell’energia vitale e del battito primario, viene interiorizzato. In questa postura raccolta, quasi scultorea, la figura non dialoga con l’esterno: si fonda su se stessa. L’identità non cerca conferma, non chiede consenso, non necessita di uno sguardo che la legittimi.

Incondizionato è il ritratto di una sicurezza che nasce dall’interno, di un’energia che non si offre, di una femminilità che non si definisce per relazione, ma per sovranità interiore…

E per dare forza alle donne in cammino abbiamo chiesto a Daniela di raccontarci un po’ di lei.

Intervista a cura di Anna Zaccaria

Se dovessi presentarti a chi non ti conosce: chi è Daniela Scanu?

Sono una persona che sente un’urgenza profonda di creare. La parola “artista” per me è importante, quasi solenne. Quando qualcuno la utilizza nei miei confronti provo ancora un certo imbarazzo, perché la considero una responsabilità prima che un titolo. Non mi definisco attraverso il mezzo - fotografia o corpo - ma attraverso la necessità di dare forma a ciò che sento. Se creo è perché non potrei fare altrimenti: è un’esigenza più che una scelta.

In tre parole, come ti identifichi oggi - come artista e come donna?

Coraggiosa, istintiva e molto umana. Coraggiosa perché ho scelto di espormi senza protezioni, di usare il mio corpo come linguaggio, di parlare di solitudine, di paura, di rinascita senza schermature. Ho seguito ciò che sentivo necessario fare, anche quando richiedeva esposizione e vulnerabilità. Istintiva perché il mio processo creativo nasce prima di tutto da un sentire profondo. Non parto da un calcolo, ma da un’urgenza. Mi affido all’intuizione, a quella voce interiore che mi guida prima ancora della tecnica. Molto umana perché non mi interessa apparire perfetta. Mi interessa restare autentica. Mi interessa poter mostrare fragilità, contraddizioni, dubbi. Credo che sia proprio questa dimensione umana a rendere il mio lavoro sincero e vicino agli altri.

Quanto la tua identità personale coincide con quella artistica? Dove si incontrano e dove divergono?

Coincidono nella radice: le emozioni che metto in scena sono reali, non costruite. Divergono nella misura: nella vita privata sono più contenuta e più silenziosa. L’arte, invece, è un’amplificazione, è una finestra enorme in cui posso disporre tutti i fiori che nella quotidianità non trovano spazio. Attraverso l’arte riesco a dire anche ciò che sarebbe difficile pronunciare a voce: pensieri complessi, fragilità, paure, segreti. Se nella vita proteggo, nell’opera rivelo.

Come è nata la tua passione per la fotografia?

È nata in un momento di grande dolore. Non stavo cercando di fotografare qualcosa di bello: stavo cercando di dare forma a uno stato emotivo che rischiava di travolgermi. Ho preso la macchina fotografica per fermare quel momento, quasi per contenerlo, forse per non lasciarlo diventare solo caos. Mi sono chiesta anch’io: perché voler fissare un istante di tristezza così profonda? Credo perché, quando il dolore ha un’immagine, smette di essere informe: diventa osservabile, diventa attraversabile. Da lì ho capito che la fotografia non era un hobby, era uno strumento di sopravvivenza emotiva.

Le tue fotografie sono tutte autoscatto. Come e perchè è iniziato questo percorso artistico?

L’autoritratto è nato da un’esigenza di autenticità. Non volevo che qualcun altro interpretasse i miei stati interiori. Ci sono emozioni che non possono essere recitate, devono essere vissute in prima persona. Utilizzare me stessa è stato un gesto di coerenza, ma anche di rispetto. Non mi sembrava giusto chiedere a un’altra persona di incarnare fragilità o conflitti che appartenevano esclusivamente al mio vissuto. Il mio corpo non è un oggetto da esporre, ma uno strumento consapevole attraverso cui posso esprimere ciò che provo. Con il tempo questa scelta è diventata anche un atto di coraggio: esporsi senza mediazioni significa assumersi interamente la responsabilità di ciò che si comunica.

Che ruolo ha avuto il tuo corpo e la scelta del nudo nella tua ricerca?

Il corpo è il mio territorio di conoscenza, è il terreno da cui nascono i miei frutti, la materia viva attraverso cui posso comunicare. Non è un mezzo esterno, ma la presenza che conosco più intimamente. Per anni l’ho abitato nello sport, l’ho allenato, disciplinato, ascoltato. Ho studiato il corpo delle mie allieve nel gesto atletico ed espressivo, lavorando sull’equilibrio, sulla linea, sulla consapevolezza del movimento. Quel percorso mi ha insegnato che il corpo parla prima delle parole.

Quando ho iniziato a fotografare non cercavo un soggetto: cercavo autenticità. Nulla mi era più familiare del mio corpo. La scelta del nudo nasce da questa intimità. Per me il nudo è trasparenza, è purezza. È non sentire la necessità di nascondermi dietro un abito, di coprirmi o di celarmi. È mostrarmi nella mia essenzialità, senza mediazioni, lasciando che ciò che sento sia visibile così com’è.

Quali sono i temi che attraversano più costantemente la tua produzione?

Se dovessi sintetizzare tutto in due verbi, direi trasformare e rinascere. Il mio lavoro nasce dall’osservazione di ciò che sembra fragile, spezzato, doloroso e dalla volontà di attraversarlo fino a scoprire cosa può diventare. La solitudine non è mai solo isolamento: è spazio di gestazione. La ferita non è solo perdita: è possibilità di mutazione. Mi interessa il momento in cui qualcosa cambia forma, quando un’emozione che sembra schiacciante si trasfigura in consapevolezza. La femminilità nei miei lavori è un’energia generativa: non definita, non esterna, ma capacità di rigenerarsi. Ogni giorno vedo davanti a me un fiume di solitudine, un fiume di paura, e nello stesso tempo riconosco femminilità, rinascita, possibilità infinite. Tutti questi fiumi convergono in un’unica direzione: accettare ciò che ci accade. Non esiste una ricetta per sentirsi meno soli. La solitudine ritorna, la paura ritorna, e anche la fragilità ritorna. Noi siamo fatti di gocce di tutto questo. Per me il segreto non è eliminare il dolore, ma attraversarlo, imparare ad accoglierlo e trasformarlo. E credo che l’arte abbia questa responsabilità: può essere cura, può essere specchio, può aiutare qualcuno a sentirsi meno isolato.

Quando nasce un tuo progetto: da un’urgenza personale, da un’intuizione visiva o da una domanda che ti porti dentro?

Un progetto prende forma quando qualcosa dentro di me diventa impossibile da ignorare. C'è sempre un'urgenza emotiva alla base: un sentimento che si accumula, che chiede spazio, che non si lascia mettere a tacere. A quella necessità si unisce spesso un'intuizione visiva, un'immagine che affiora improvvisamente, quasi come una visione, e contiene già il seme del racconto. Non parto mai da un'idea fredda: parto da una vibrazione interiore. Solo dopo arrivano la struttura, la costruzione, la ricerca simbolica. Il progetto nasce nel sentire, cresce nell'immagine e si compie nel farsi forma.

Come capisci che un’opera funziona davvero?

Capisco che un’opera funziona quando riesce a sorprendermi. Se, guardandola, provo una forte emozione e allo stesso tempo riconosco un equilibrio formale, allora sento che è viva. Lo stupore per me non è soltanto emotivo, è anche visivo: deve esserci coerenza tra ciò che sento e ciò che vedo. Quando l’allineamento accade, so che l’opera ha trovato la sua forma. Se questo non succede la considero debole: non la presento, la metto da parte oppure la elimino. Credo che sia necessario essere esigenti con se stessi. Non tutto ciò che produciamo merita di essere condiviso. Non bisogna avere paura di scartare, di togliere, di ricominciare. Se nasce il primo dubbio, per me è già un segnale.

Ci sono figure femminili che senti affini al tuo percorso?

Non mi sento legata a un nome preciso, ma a un tipo di energia. Mi affascinano le donne che oltrepassano il limite, che non si fermano al confine dell’ordinario: figure che possiedono una visione capace di andare oltre lo spazio terreno, ma anche una forza concreta per attraversarlo. Il mio percorso sportivo ha inciso profondamente su questo sguardo. Ho sempre ammirato le donne che raggiungono traguardi non solo per talento, ma per tenacia, disciplina e forza mentale. Credo che la volontà possa superare il talento; la determinazione, il desiderio di riuscire; la capacità di rialzarsi: sono queste le qualità che sento più vicine. Sono queste le donne in cui mi riconosco, quelle che non chiedono permesso alla fatica, ma la assumono come parte del proprio cammino.

Cosa significa per te essere una donna “in ricerca” oggi?

Essere una donna in ricerca oggi per me significa essere una donna pioniera, una donna che non smette mai di andare in profondità e che sa prendersi spazio, anche quando quello spazio non viene concesso spontaneamente. Non mi interessa accumulare ruoli e conferme, mi interessa restare vera, togliere strati e avvicinarmi sempre di più a ciò che sento autentico, anche quando non è comodo. Essere in ricerca non è sentirsi incompleta: è rifiutare la superficialità. Significa scegliere di interrogarsi, di mettersi in discussione, di non fermarsi alla prima definizione di sé. Oggi per me la ricerca è questo: non smettere di andare in profondità.

Hai oggi degli insegnanti o dei riferimenti nel tuo percorso artistico?

Credo profondamente nell’importanza degli insegnanti e dei riferimenti. Un insegnante non trasmette solo una tecnica: offre una visione, un esempio, una postura interiore, un modo di stare nel proprio lavoro e nella propria vita. Avere insegnanti che stimo sia professionalmente sia umanamente mi rende felice. È un rapporto che mi nutre e mi dà equilibrio. Sentire di poter ancora imparare, di poter crescere attraverso il confronto, mi fa sentire completa nel mio percorso. Per me studiare non è un passaggio temporaneo, ma è una scelta continua. Significa restare aperta e restare sempre in ascolto. L'arte non è mai un gesto isolato: è dialogo, scambio, trasmissione. E io desidero restare in questo spazio il più a lungo possibile.

La tua fotografia è uno strumento per comprenderti o per mettere in discussione ciò che ti circonda?

Per me la fotografia nasce innanzitutto come strumento di comprensione personale. È uno spazio in cui posso ascoltarmi, riconoscere ciò che provo, dare forma a stati interiori che altrimenti resterebbero confusi. Ma il processo non si ferma lì. Nel momento in cui mi comprendo e mi manifesto si apre una relazione. Attraverso lo sguardo e la risposta degli altri inizio a comprendere ciò che mi circonda. La fotografia diventa un ponte. Parto da me ma non rimango chiusa in me: ogni immagine è un dialogo silenzioso. Comprendermi mi permette di osservare il mondo con maggiore lucidità e, a volte, di metterlo in discussione.

Per cosa ti piacerebbe essere ricordata?

Mi piacerebbe essere ricordata per le emozioni che sono stata capace di suscitare, per la gioia che ho saputo condividere, per aver toccato qualcosa di vero nelle persone. Se attraverso le mie opere sono riuscita ad arrivare al cuore di qualcuno anche solo per un istante, allora per me è abbastanza. Credo che la più grande forza dell’espressione sia questa: creare un movimento interiore e generare una risonanza. E se nel farlo sono riuscita anche a fare del bene, allora il mio percorso ha avuto un senso profondo.

Qual è la domanda che senti ancora aperta nel tuo percorso artistico?

Non credo di avere una sola domanda aperta. In questo momento mi sento dentro un mare in movimento, ricco di idee, intuizioni e visioni. È un tempo fertile, ma anche turbolento, in cui tutto sembra possibile e nulla ancora definitivo. Se c’è una domanda che ogni tanto affiora, è legata alla creatività stessa: continuerò a sentire questa urgenza? Saprò ancora rinascere ogni volta? Ma non è una paura paralizzante, è una consapevolezza che mi tiene vigile. Oggi, più che cercare una risposta, sto imparando ad abitare il movimento. Il mio percorso non è una linea retta, ma un mare con molte correnti. Ed è proprio questo a renderlo vivo.

Se potessi lasciare un messaggio alle donne di oggi, quale sarebbe?

Direi loro di non sottrarsi mai alla possibilità di desiderare di migliorarsi, di scoprire nuove potenzialità dentro sé stesse. Di non restringersi dentro un ruolo, dentro un’unica definizione. L’amore non va incanalato in una sola direzione. L’amore si distribuisce. È una forza generativa, e noi siamo fatte per generare, non solo nel senso biologico, ma nel senso più ampio e profondo: generare pensieri, visioni, cambiamenti.La nostra natura è creazione. E non c’è cosa più bella che permetterci di essere generative per noi stesse prima ancora che per gli altri: creare uno spazio in cui i nostri pensieri possano esistere, crescere, essere comunicati. Ma aggiungerei anche questo: imparare a filtrare le nostre energie, a incanalarle nelle direzioni giuste. La vita di oggi spesso ci prosciuga, ci disperde, ci svuota. E quando restiamo senza energia, perdiamo anche la forza di rigenerarci. Per questo è fondamentale scegliere dove mettere la nostra attenzione, cosa nutrire, cosa lasciare andare. Non sottrarsi. Non ridursi. Non disperdersi. Custodire la propria energia per poter continuare a creare, ad amare, a rinascere.

Quali sono i tuoi progetti attuali o futuri?

Negli ultimi mesi ho vissuto un passaggio importante con la partecipazione alla Fiera di Montichiari, a febbraio 2026. È stata un’occasione significativa perché ho potuto presentare un nuovo progetto fotografico, “La forma del respiro”, che rappresenta un’evoluzione del mio percorso. Per me è stato un momento di confronto diretto, non solo espositivo. Portare un progetto nuovo in uno spazio così ampio significa metterlo alla prova, ascoltare le reazioni, osservare cosa accade nel dialogo con chi guarda. In quella occasione ho presentato anche una mia prima realizzazione scultorea. È stato un passo importante, perché sento il bisogno di ampliare il mio linguaggio, di non rimanere confinata in un’unica forma espressiva. Per quanto riguarda il futuro, non ho un piano rigido, ma ho una direzione chiara. Ogni giorno può diventare l’ispirazione di un progetto nuovo. Alcune esperienze devono essere vissute e comprese mano a mano, senza forzare una pianificazione eccessiva. Allo stesso tempo, desidero aprire il mio lavoro a collaborazioni, pubblicazioni e dialoghi con realtà culturali diverse. Credo nel confronto e nella contaminazione tra linguaggi, e mi interessa portare i miei progetti in contesti nuovi, dove possano generare ulteriori riflessioni. Il mio obiettivo è continuare a evolvere in modo autentico, ma anche costruire una presenza più ampia e consapevole nel panorama artistico.

Descrizione delle foto

INCONDIZIONATO

In Incondizionato il corpo non chiede di essere guardato: si afferma. La nudità non è esposizione, ma presenza consapevole, mentre lo sguardo — sottratto al mondo — diventa spazio interiore, luogo inviolabile.

Il drappo rosso che copre gli occhi non è un segno di cecità, ma di protezione. Il rosso, colore dell’energia vitale e del battito primario, viene interiorizzato: non si disperde nello sguardo altrui, non si concede alla lettura esterna, ma si raccoglie, si custodisce, si concentra. È una forza che non ha bisogno di essere vista per esistere.

La scarpa, unico elemento riconducibile a un codice sociale riconoscibile, non contraddice questa chiusura, ma la rafforza: resta come traccia di un linguaggio imposto, mentre il resto del corpo si sottrae a ogni aspettativa. Non c’è opposizione, ma scarto. Non ribellione, ma scelta.

In questa postura raccolta, quasi scultorea, la figura non dialoga con l’esterno: si fonda su se stessa. L’identità non cerca conferma, non chiede consenso, non necessita di uno sguardo che la legittimi.

Incondizionato è il ritratto di una sicurezza che nasce dall’interno, di un’energia che non si offre, di una femminilità che non si definisce per relazione, ma per sovranità interiore.

CREAZIONE

In questa fotografia " creazione " non è il risultato di un controllo totale, ma l’esito di un processo che, mentre accade, si apre a possibilità inattese. È da qui che nasce lo stupore.

Il corpo agisce, si espande, si solleva, e nel farlo genera qualcosa che non era completamente previsto. La sospensione diventa il luogo in cui l’opera prende forma andando oltre l’intenzione iniziale.

Ciò che emerge non risponde più soltanto a un’idea, ma a una necessità interna che si manifesta nel gesto stesso. È il momento in cui ci si accorge di aver creato qualcosa che supera ciò che si pensava di poter fare.

La creazione, qui, non è dimostrazione né conquista. È espressione libera. È il momento in cui il corpo smette di essere limite e diventa voce.

Per me questa immagine rappresenta proprio questo: la possibilità di esprimersi senza costrizioni, senza ruoli imposti, senza dover aderire a un modello. Una libertà che non chiede permesso e non ha bisogno di giustificazioni.

Creazione diventa così la dichiarazione più semplice e più profonda della mia poetica: la libertà di espressione come atto originario, come spazio in cui l’essere femminile può manifestarsi pienamente.

ESSENZA

Essenza nasce dall’idea che il valore non coincida con la forma che lo contiene. Il tempo attraversa la materia, la modifica, la consuma, ma non la svuota. Al contrario, ciò che è essenziale si rende visibile proprio quando la superficie cede.In questa immagine il fiore non rappresenta un corpo, ma un principio. Non è giovane né integro, e proprio per questo èè pieno. Segnato dal tempo, rivela una forza diversa: quella che non ha bisogno di apparire per esistere. L’opera propone una visione del femminile che non è misurata dall’età, dalla funzione o dall’aspetto, ma dalla capacità di trasformare l’esperienza in coscienza. La materia diventa veicolo, passaggio, contenitore temporaneo. Ciò che resta non è ciò che si vede, ma ciò che governa. Essenza è un invito a rileggere il tempo non come perdita, ma come rivelazione. Quando il corpo cambia, l’essenza si affina.

LIMINAL

Liminal nasce in uno spazio di soglia, dove l’identità non è più definita dal volto ma dal pensiero. La corona di fiori non è un ornamento: è un’estensione della mente, una presenza viva che cresce fino a occupare e invadere il campo visivo. Il volto viene parzialmente sottratto allo sguardo perché non è più il luogo principale del riconoscimento. In questa immagine il corpo diventa passaggio, contenitore temporaneo, soglia attraversabile. Ciò che conta non è ciò che si vede, ma ciò che si espande oltre i confini della materia. Liminal è il momento in cui il pensiero diventa più grande dello spazio che gli è stato concesso.

SENZA COLPA

Senza colpa nasce da una riscrittura consapevole del mito.

Il frutto non è più la mela, simbolo archetipico del peccato originale, della colpa attribuita, della caduta. Al suo posto compare una pesca: un frutto diverso, più morbido, più fragile, più carnale. Un frutto che non punisce, ma invita. Che non giudica, ma accoglie.

La sostituzione non è un dettaglio formale, ma un atto concettuale. Cambiare il frutto significa sovvertire la narrazione. Significa negare l’idea che il desiderio femminile debba necessariamente essere associato alla colpa, alla perdita, alla condanna.

La pesca non è proibizione, è possibilità. È un frutto che si lascia mordere senza violenza, che si apre, che si consuma senza ferire. Con essa, il gesto non diventa trasgressione, ma scelta intima e consapevole.

Il velo che avvolge il corpo non è censura né difesa. È una soglia. Uno spazio sospeso in cui lo sguardo si sottrae all’esterno per tornare all’interiorità. La donna non cerca lo spettatore, non si offre al giudizio: si sottrae alla necessità di essere vista per esistere.

Qui il corpo non è colpevole. Non per ciò che desidera. Non per ciò che trattiene. Non per ciò che sceglie.

Senza colpa è una dichiarazione silenziosa ma radicale: la femminilità non nasce dal peccato, ma dalla consapevolezza. E il desiderio, quando è scelto, non ha bisogno di assoluzioni.

“Cambiare il frutto significa cambiare la storia. Qui il desiderio non è peccato, ma consapevolezza.”

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L'autore

Anna Zaccaria

Mille cose da fare ma non si tira mai indietro, troppo buona ma con grinta da vendere. Amante dei numeri, Anna è una vera esperta delle logiche e stratega del web marketing. Ha maturato una lunga esperienza nella gestione di progetti complessi di comunicazione digitale, mirando sempre alla concretezza e ai risultati.