CULTURA

"Comprendere" è offrire una speranza di futuro possibile.

Gianni Zen
Gianni Zen
02 novembre 2026
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"Comprendere" è offrire una speranza di futuro possibile.
I violenti scontri dei giorni scorsi, non solo a Milano, con protagonisti tanti adolescenti, molti minorenni, hanno scioccato tutti. In primis i loro stessi genitori. Perchè non consapevoli di quello che i loro figli stavano covando. Le analisi e le interpretazioni hanno riempito le cronache di più giorni.
Chi ha maturato anni di esperienza con loro, soprattutto nella scuola, sa che, al di là della imprescindibile e immediata condanna di ogni forma di violenza e della solidarietà con le forze dell’ordine, è proprio dovere sempre distinguere tra giudizio e comprensione non solo di ciò che è successo, ma di ciò che sta maturando sottotraccia questo nostro tempo, per le nuove generazioni.
Comprendere per dare una mano, per offrire una speranza di futuro possibile. Anzitutto a questi ragazzi.
Quanto successo, insomma, va convertito in una riflessione sempre più attenta di quello che sta crescendo nel sottosuolo di questo nostro tempo caotico, con le sue contraddizioni, senza più un “centro di gravità permanente”.
Ho cercato, pensando a quanto successo, a mettere in relazione queste violenze con la motivazione che, pochi giorni prima, era stata data da due ragazzi, di 16 e di 17 anni, autori a Roma di un grave incidente nei confronti dell’attore Davide Jacopini: “L’abbiamo fatto per gioco. Ci annoiavamo. Volevamo prenderli tutti a bastonate. Ci siamo fermati solo dopo aver saputo dell’attore ferito. Ci dispiace”.
Parole che hanno sorpreso per il loro sfondo nichilistico: è la noia che nasconde fragilità, disagio non dichiarato, disorientamento verso un tempo senza riferimenti valoriali sicuri? Perchè dunque la violenza? 
Due ragazzi frequentanti, tra l’altro, scuole superiori a profilo umanistico. Per dire che non dovevano essere ignari di certe tematiche.
Non è stato, per loro, l’unico episodio. I media hanno raccontato anche il caso di una 67enne colpita con un tubo di plastica mentre passeggiava vicino a casa.
Il 17enne è figlio di un carabiniere, e sul cellulare di uno di loro è stata trovata una app inserita dai genitori per monitorare gli spostamenti del figlio.
Ha colpito, in particolare, questo episodio perché facciamo fatica a comprendere questo boom di minori che delinquono. Guarda caso, l’ennesimo “decreto sicurezza” del governo si sta concentrando proprio su di loro. Come se bastassero questi decreti per indicare una via d’uscita realistica.
Sicurezza, lo ricordo, è una parola latina che contiene il concetto di “cura” (sine-cura), cioè dice qualcosa di più della mera repressione.
Se diamo un’occhiata, in generale, all’Indice di criminalità pubblicato dal Sole 24 Ore sui dati del Ministero dell’Interno, relativo allo status della sicurezza nel nostro Paese non troviamo solo negatività. Parlo del calo di furti e rapine, e della crescita di truffe e frodi informatiche.
Il dato sui minori è invece tra i più rilevanti. Anche se rappresentano solo il 5% del totale. Comunque sono dati in crescita. In particolare per episodi che li vedono protagonisti di risse o perché girano con armi improprie. Sullo sfondo la sempre maggior continuità tra violenza online e violenza fisica.
Del resto, lo sappiamo, è la generazione che ha visto crescere, a partire dalla didattica a distanza dovuta al covid, la dipendenza dai social.
Ma non basta fermarsi a questi rilievi. Più in generale, e questo riguarda un po’ tutti, è la cultura della violenza che negli ultimi anni è cresciuta, una violenza che questi ragazzi assorbono attraverso i nuovi media.
Più di qualcuno ha scritto che questi episodi sono figli del nostro tempo. E il nostro tempo sembra avere smarrito quel senso comune di riconoscimento alla pari dell’altro e degli altri. Cioè la pari dignità. Vincolando ogni pensiero e ogni scelta al solo proprio dominante ego. Si è, cioè, perso per strada un sentimento di empatia, di solidarietà, di destino comune, di pietà. Nemmeno in molte nostre famiglie, vista la loro crisi. Il concetto di reciprocità sta rischiando di svuotarsi, e di ridursi solo a pura retorica.
Il compito di educare, di orientare, di dialogare ovviamente anzitutto è delle famiglie. Ma hanno o si prendono il tempo per farlo? Ma le famiglie non bastano. A educare deve essere il “villaggio”, come ripete un noto proverbio, cioè un sentire comune. E la scuola da sola non può molto.
Di fronte a casi come questo la nostra reazione, in prima battuta, solitamente è di immediata condanna. Comprensibile. Ma non può bastare. Perché bisogna andare oltre, e cercare di analizzare, prima di giudicare, le ragioni di questi edaltri comportamenti. Per, un po’ alla volta, portare tutti a ragionare assieme, magari in casa, sul senso del vivere, sul valore della propria libertà, sul rispetto reciproco.
Questi ragazzi, a loro dire, pensavano solamente di divertirsi, di giocare. Ma senza chiedersi le conseguenze. E il divertimento, per loro, era dato dalla reazione impotente delle povere vittime. Ma la vita non è un videogioco. Capisco che lo spirito del nostro tempo quasi non ammetta il valore dell’altro, degli altri. Ma questo deve essere il salto di qualità del nostro esistere.
La moda degli insulti sui social, vissuti come semplici sfogatoi individualistici, non dice questo?
Gli altri possono essere ridotti a solo pretesto per scaricare il proprio disagio, il proprio disorientamento, in un mondo che sembra essere senza futuro, in balia di un caos non solo geopolitico, ma anzitutto esistenziale?
Einstein diceva che l’egoismo, che è vivere rannicchiati solo sul proprio ombelico, è una illusione ottica della propria coscienza. Perché in realtà siamo tutti connessi, non solo alla rete virtuale, ma prima ancora alla rete della vita associata.
Tornando a quei ragazzi, resta il compito di tutti di far comprendere che per sentirsi vivi non devono seguire la violenza simbolica e quella reale. Non possono seguirla, perché porta all'autodistruzione, oltre al dolore altrui.
Perché la noia ha due varianti. Quella negativa, ma anche quella positiva.
Quella noia positiva, ad esempio, che auguriamo agli adolescenti e ai giovani, a volte troppo di corsa tra scuola, famiglia, diversi sport, senza tempo libero. Un po’ di noia positiva significa darsi quel tempo perché maturi, senza frenesie, la ricerca di sé, compresi i desideri buoni e le passioni sane.
Quello che le buone famiglie, i bravi insegnanti e i migliori educatori cercano ogni giorno di proporre a loro.

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L'autore

Gianni Zen

Gianni Zen, laureato in filosofia, ha dedicato la sua vita professionale alla scuola, prima come docente e poi come dirigente scolastico in importanti scuole del vicentino quali l’Istituto Rossi di Vicenza e il Liceo Brocchi di Bassano. Sotto la sua guida il liceo bassanese ha conosciuto una crescita repentina fino a diventare il secondo istituto d’Italia per numero di ragazzi frequentanti. Persona estremamente attiva, è da sempre sostenitore di una grande riforma del mondo della scuola. In “Spazio Zen” dirà la sua su temi di attualità legati al mondo della scuola e del lavoro.