CULTURA

Il senso dell'essere a scuola

Gianni Zen
Gianni Zen
01 settembre 2026
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Il senso dell'essere a scuola

Il settembre è, per bambini, ragazzi, genitori, il mese del ritorno a scuola.

Mi è capitato di chiedere, a piccoli e grandi, come vedono la fine delle vacanze. Quasi tutti si sono espressi con parole positive. Il che è paradossale, se non fosse, qualcuno ha aggiunto, per la corsa dei compiti da completare.

Nel complesso, un buon segno, mi sono detto.

La scuola ha cioè ancora una funzione, insieme relazionale e conoscitiva. Un bene da custodire con cura.

Un bene non scontato, visti i cambiamenti odierni, segnato da un lato dall’uso massivo dei social che ha, per essere sintetici, modificato la comune percezione del valore della conoscenza e quello delle relazioni tra pari. E dall’altro dagli algoritmi dell'intelligenza artificiale che stanno correndo a novità su novità tanto da essere impreparati tutti al mondo non del domani, ma di quello del giorno dopo.

Mi vengono quindi i brividi, visti i nuovi scenari: per le responsabilità educative e culturali, comprese quelle etiche e sociali.

Sarà in grado la scuola, saranno in grado i presidi e i docenti a “tenere botta”, cioè a corrispondere alle implicazioni? Fino a che punto ne sono consapevoli e preparati? E i genitori? E le istituzioni?

Non è molto incoraggiante il quadro se pensiamo alle polemiche sul limite d’età dell’uso dei social, ridotto solo al versante negativo. E chi pensa al versante positivo, educativo? Questione che riguarda tutte le età.

Rispetto alla scuola di un tempo, centrata solo del principio d’autorità delle nozioni e dei docenti, oggi le responsabilità sono molto più gravose. Ne sento il peso quando mi capita di parlarne in pubblico. Ruolo oggi non solo culturale ma anzitutto educativo.

Per tutti gli ordini di scuola e indirizzi di studio. Sapendo che il tempo che stiamo vivendo offre, invece, l’illusione che basti un quesito su google per sentirsi competenti su qualsiasi questione.

Mentre la conoscenza è un percorso complesso, articolato, da mediare dialetticamente nella vita di classe con l’aiuto di un “magister”, cioè di una guida che sia capace di valorizzare l’arte dell’ apprendere e quindi il primato del domandare e “rendere ragione”. Senza limitarsi alla sfera dell’opinabile e dei “si dice”.

Viviamo, in altre parole, in un tempo che privilegia preferibilmente bolle mentali e sociali che confermano standard, performance, punti di vista. Per cui, cercando di conoscere noi tendiamo a cercare solo le conferme, mentre non ci può essere crescita di conoscenza e consapevolezza senza la ricerca dei valori ma anzitutto dei limiti e confini delle nostre opinioni.

La verità, in sintesi, non si lascia opinare e frammentare. Ma domanda un senso sempre “oltre” i punti di vista individuali.

La scuola, cioè, serve, per così dire, proprio a questo. A vivere la ricerca dell’oltre. Assieme, insieme, aperti, oltre i pre-giudizi, le pre-comprensioni. Anzitutto come domande e intenzioni. Cercando sempre risposte, sapendole mai assolute.

È fondamentale quindi vivere la vita della scuola nella sua interezza, perché sono gli unici tempi, nella vita, nei quali non ci si sceglie, ma ci si ritrova a vivere senza pregiudizio con alcuno, aperti con tutti. No quindi alle scuole d’elites, nè a quelle parentali, cioè fatte in casa. Ma sì alle scuole pubbliche, perché per tutti e con tutti. Per ogni ordine di scuola.

È quello che Freud chiamava “principio di realtà”, senza limitarsi al solo “principio di piacere”, che è il primato dell’ego, individuale e sociale.

È quel sottile discrimine tra individuo e persona, perché persona è relazione, non semplice presuntuosa identità di sé con se stessi.

Insomma, per trovare e ritrovare se stessi, nessuno è solo col proprio io, limitato dalla propria bolla mentale e sociale. Ma si è sempre “oltre”. Per cui anche la scuola, e non solo, è àncora di salvezza dal rischio dell’illusione di una identità chiusa, invece di essere aperta.

Ogni parola, ogni conoscenza, ogni presenza, ogni gesto diventano ponti verso regioni inesplorate.

Che cosa sono, in fondo, le materie scolastiche se non tante facce della stessa realtà, mai comprimibili nei nostri sembri poveri e limitati punti di vista?

È, con altre parole, altro modo, per dirla col Papa nel recente incontro di Rimini, per richiamare che le persone e la loro dignità vengono prima dei confini, mentali e geopolitici.

Insomma, la scuola propone da un lato quello che è stato definito “il lusso del tempo”, scandito, dai piccoli ai grandi, secondo il rispetto dei rimi di vita.

E dall’altro propone il grande valore aggiunto, in una cornice sociale aperta, che è l’esercizio libero dell’intelligenza, che è l’arte, a partire dai tanti “perché” dei bambini, di scoprire e conoscere mondi sempre nuovi.

Il valore di questo esercizio libero si chiama “spirito critico”, solitamente male inteso. In altri termini, non vuol dire capacità di criticare gli altri, come avviene nei social, ma è andare oltre i punti di vista per cercare il vero, il buono, il giusto come valori in sè. Quindi il primo livello del giudizio critico è anzitutto verso se stessi, senza alcuna presunzione.

Proviamo solo a immaginare, visto il clima rissoso dei tempi odierni e la “cultura di guerra” che domina i diversi scenari, il senso di libertà e di rispetto reciproco che può nascere da questa esperienza di liberazione dai tanti pre-giudizi che stanno soffocando la vita personale e le nostre relazioni!

La vita di classe e di scuola può diventare un modello per la vita di tutti. Pensiamo alla famiglia, al lavoro, ai tanti mondi che tutti assieme compongono le nostre giornate.

Basterebbe comprendere e praticare la grande intuizione di Eraclito: seguire il logos, non se stessi. Che è poi la grande virtù evangelica.

Chi sono dunque nelle scuole i migliori insegnanti, cioè quelli che lasciano il segno? Poi, potrà essere una macchina, come l’IA, essere “maestra”? Cosa vuol dire che la macchina è intelligente? Quali sono il valore e il suo limite? Possono queste macchine plasmare le nostre caratteristiche più umane? La nostra privacy mentale è minacciata? Di può essere libertà reale senza privacy, vista la proliferazione che viene effettuata in modo massivo del nostro uso delle piattaforme?

Infine, se noi siamo “desiderio” oltre i bisogni come viene potenziato dalle macchine e secondo quale sfondo etico?

Tutte domande imprescindibili.

I docenti bravi sono quelli che aiutano a vivere e praticare l’arte di un domandare ragione che va oltre, con l’auto critica, i piccoli ego che stanno riempendo questo nostro mondo. Perché l’intelligenza non è tanto discutere, ma il reciproco “lasciarsi discutere”. Che è il senso della meraviglia naturale dei bambini con i loro “perché?”.

Auguriamo a tutti di coltivare sempre, a qualsiasi età, l’arte del meravigliarsi. Che è vivere a ogni stagione della vita il senso dell’essere a scuola.

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L'autore

Gianni Zen

Gianni Zen, laureato in filosofia, ha dedicato la sua vita professionale alla scuola, prima come docente e poi come dirigente scolastico in importanti scuole del vicentino quali l’Istituto Rossi di Vicenza e il Liceo Brocchi di Bassano. Sotto la sua guida il liceo bassanese ha conosciuto una crescita repentina fino a diventare il secondo istituto d’Italia per numero di ragazzi frequentanti. Persona estremamente attiva, è da sempre sostenitore di una grande riforma del mondo della scuola. In “Spazio Zen” dirà la sua su temi di attualità legati al mondo della scuola e del lavoro.