“Non si tratta di decidere a che età i nostri figli possono accedere ai social network, ma quando i social network possono accedere alla mente dei nostri figli”.
Mentre passavo davanti a una scuola superiore questa mattina, mi è venuta in mente questa frase pronunciata lo scorso 13 luglio dalla presidente dell’UE, Ursula von der Leyen. Difficile non essere d’accordo.
In sintesi, non dobbiamo limitarci a vietare, ma a pensare mentre e come si utilizzano tutti gli strumenti, anche quelli tecnologici. E pensare significa coltivare la coscienza della libertà, anche quella di spegnere, al limite, di tanto in tanto il proprio cellulare. Come scelta, prima che come imposizione.
Il tema della regolamentazione è da tempo che è al centro di discussioni, di proposte di legge, di patti educativi tra scuole e genitori. Anche se, sempre questa mattina, vedere una fila di adolescenti davanti alla scuola tutti con lo sguardo assorbito dallo schermo del proprio cellulare mi fa dire che il problema non è il divieto a 13 anni o a 16, come in altri Paesi, anche se un limite ci deve pur essere, ma l’educazione a un uso moderato, intelligente, sobrio, corretto. Discorso, beninteso, che riguarda anche gli adulti.
Ho citato il limite dei 13 anni perché questa è la proposta di pochi giorni fa fatta dall’UE con l’Eu Kids Act. Per ora è solo una proposta di regolamento europeo che ora deve passare all’esame del Parlamento. L’approvazione definita è ipotizzabile che sarà per la primavera del 2028, visto il coinvolgimento dei 27 Paesi. E l’applicazione, compresa la disattivazione dei profili social degli under 15, non prima della primavera del 2029.
La lunghezza dei tempi dice il valore ma anche la fatica delle democrazie, le quali, rispetto alle dittature, richiedono la libertà della discussione, della verifica, della partecipazione.
Questa legge, in poche parole, riguarda i bambini che oggi hanno nove e dieci anni. Per cui, come già in alcuni Paesi extra UE, la speranza che la delicatezza del tema imponga accordi veloci tra le componenti del Parlamenti per decisioni più rapide.
La decisione europea blocca di fatto le proposte di legge in discussioni nei vari Paesi dell’UE. Ma già ora esiste uno strumento per contrastare i danni causati da queste tecnologie: il Digital Service Act. Importante che le indagini sulle piattaforme producano risultati, nonostante i freni delle aziende della Silicon Valley.
Ma quando si parla di tecnologie si parla anche o soprattutto, oggi, dell’intelligenza artificiale. Che tutti, più o meno, già usiamo.
E che i ragazzi a scuola utilizzano anche per compiti, lezioni, relazioni, ricerche.
Il tema dunque del loro uso corretto e moderato è imprescindibile. Direi “uso intelligente”.
Oggi sull’intelligenza artificiale si sta imponendo un clima che definirei apocalittico.
Forse perché si tratta di una tecnologia che facciamo fatica a comprendere, anche per i progressi rapidissimi, con aziende potentissime, che coinvolgono enormi quantità di denaro, e con ricerche che già stanno scommettendo, tra l’altro, sulla nostra possibile estinzione, come si giocasse al Lotto.
Le discussioni, poi, sulle possibili super-intelligenze, sulla loro coscienza artificiale in grado di scegliere e pensare, secondo sempre nuovi modelli generativi: sono questioni che incutono paura. Perché non si intravedono limiti di sviluppo.
Ma il vero snodo sta qui: essere capaci di distinguere tra ciò che è plausibile e ciò che è corretto. Per cui le domande etiche stanno affollando i libri e le indagini non si contano più.
A questo punto, rimane sullo sfondo la domanda chiave: a che servono la scuola, la cultura, la ricerca, la dignità umana della conoscenza e delle implicazioni etiche?
Questioni aperte, che ci stanno già accompagnando, giorno dopo giorno. Giusto che se ne parli, che si ragioni, si discuta liberamente.
Cercare di rispondere è fare scuola, fare cultura, non rassegnarsi alla “società dell’ignoranza”, cioè alla pretesa che tutto sia opinabile, che non vi sia differenza tra essere e apparire.