Vibe Coding: tutti programmatori con l'AI?
Aldo Benato
02 settembre 2026Hai mai pensato di creare un sito, un’app o un piccolo programma senza conoscere una sola riga di codice?
Fino a qualche anno fa sarebbe sembrato improbabile. Oggi, invece, possiamo spiegare a un’intelligenza artificiale che cosa vogliamo ottenere: "creami una pagina per gestire le prenotazioni", "aggiungi un modulo di registrazione", "fammi vedere le spese del mese in un grafico".
L’AI scrive il codice. Noi osserviamo il risultato, chiediamo modifiche e, un passaggio dopo l’altro, il programma prende forma.
È questo il vibe coding, espressione resa popolare nel 2025 da Andrej Karpathy, informatico ed esperto di intelligenza artificiale. Potremmo tradurla, molto liberamente, come "programmare seguendo il flusso": invece di scrivere ogni istruzione, descriviamo all’AI il risultato desiderato e lasciamo che sia lei a occuparsi del codice.
Io, ad esempio, ho utilizzato questa tecnica per realizzare un piccolo gestionale per le mie attività professionali. Ho fatto sviluppare all’AI il programma in Python, un linguaggio che non ho mai studiato. Il risultato? Il gestionale funziona e fa esattamente quello che mi serviva.
Chi non sa programmare può trasformare un’idea in un prototipo; un professionista può automatizzare una piccola attività; uno studente può sperimentare. Anche chi programma per mestiere può velocizzare il lavoro.
Ma qui arriva il punto importante.
Un programma che funziona non è necessariamente fatto bene. E, soprattutto, non è necessariamente sicuro. Il codice prodotto dall’AI può contenere errori, vulnerabilità, credenziali conservate male o sistemi di autenticazione progettati male. E se chi ha realizzato il programma non conosce il linguaggio utilizzato, difficilmente sarà in grado di accorgersene.
Se un pulsante non funziona, ce ne rendiamo conto subito. Se invece esiste una vulnerabilità che consente a un estraneo di accedere ai dati degli utenti, potremmo non accorgercene affatto.
Lo stesso vale per la privacy.
Immaginiamo un’applicazione che raccolga nomi, email o documenti dei clienti. Dove vengono conservati i dati? Chi può accedervi? Come vengono protette le password? I dati vengono trasmessi a servizi esterni?
Sono domande che non possiamo ignorare solo perché l’applicazione è stata facile da realizzare.
L’AI può aiutarci a costruire software, ma non elimina le verifiche necessarie quando viene utilizzato nel mondo reale.
Per questo il vibe coding va considerato per ciò che è: uno strumento potente, non una scorciatoia magica. È perfetto per imparare, sperimentare, creare prototipi o piccoli strumenti personali.
Quando però entrano in gioco dati personali, pagamenti, account o servizi destinati al pubblico, il controllo di qualcuno che sappia davvero cosa sta facendo resta indispensabile.
Nel web del futuro saremo probabilmente tutti un po’ programmatori. Ma saper creare qualcosa e saperlo fare bene, in modo sicuro e professionale, restano due concetti molto diversi.
Per approfondire un tema o contattare l'Avvocato Aldo Benato puoi scrivere all'e-mail: [email protected]
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L'autore
Aldo Benato è un avvocato specializzato nella gestione e tutela dei dati personali e aziendali e in materia di criminalità informatica. Avvocato presso il Foro di Treviso e Data Protection Officer certificato ai sensi della norma UNI 11697, si occupa da anni di diritto e informatica e ha maturato una consolidata esperienza in materia di privacy & data protection, criminalità informatica e diritto della Rete. Parallelamente, matura una forte esperienza nel settore della formazione per scuole, aziende, professionisti e Forze dell'Ordine. Recentemente ha scritto il libro "Dizionario del Web - La guida per capire" (www.dizionariodelweb.it), uno strumento pensato per aiutare a sfruttare il web e la tecnologia con maggiore consapevolezza.