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AURA BATTLE: quando la sfida esce dallo schermo.

Aldo Benato
Aldo Benato
02 novembre 2026
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AURA BATTLE: quando la sfida esce dallo schermo.
Circa duecento ragazzi si danno appuntamento vicino a un centro commerciale di Castelfranco Veneto, richiamati da un invito circolato sui social. Non per un concerto o una protesta, ma per un’Aura Battle. Nei giorni scorsi, carabinieri e polizia locale hanno interrotto il raduno prima che la sfida iniziasse. Nessun incidente, ma una domanda inevitabile: che cosa sono queste «battaglie»?
Nel linguaggio dei più giovani, avere «aura» significa possedere carisma, stile, sicurezza di sé: quella capacità di attirare l’attenzione che sui social si traduce in immaginari «punti aura». Nelle Aura Battle due partecipanti si fronteggiano al centro di un cerchio di coetanei e cercano di conquistare il pubblico con pose, balletti, espressioni e gesti ispirati ai meme di TikTok. Niente pugni: vince chi strappa più applausi e grida. Gli smartphone, naturalmente, riprendono tutto: la gara prosegue online, tra visualizzazioni, commenti e nuove imitazioni.
Nate e diffuse in America Latina, queste sfide trasformano il linguaggio dei social in uno spettacolo dal vivo. Sembrano una delle tante mode adolescenziali, e in parte lo sono. Cercare approvazione, divertirsi e sentirsi parte di un gruppo non è certo una novità. Nuova è la velocità con cui un video può attirare centinaia di persone in un luogo reale, senza che ci sia sempre qualcuno in grado di gestire la folla.
Il rischio, infatti, non sta necessariamente nella sfida, che di per sé è pacifica, ma in ciò che può accadere intorno. A Vicenza, un raduno promosso da un influencer per un’Aura Battle, con premi in abbigliamento annunciati sui social, è degenerato in spintoni, inseguimenti e danneggiamenti. Non significa che ogni incontro finirà così. Significa, però, che entusiasmo collettivo, aspettative deluse e ricerca di visibilità possono diventare una miscela pericolosa.
C’è poi un altro aspetto, spesso sottovalutato: la responsabilità digitale. Riprendere una scena in un luogo pubblico non autorizza automaticamente a diffondere online i volti di chiunque, tanto meno quelli di minorenni riconoscibili. Entrano in gioco diritto all’immagine, privacy e tutela della dignità personale.
Una «figuraccia» filmata per scherzo può trasformarsi in umiliazione pubblica, continuare a circolare e alimentare episodi di cyberbullismo. E se qualcuno provoca lesioni o danni, il gioco non cancella le responsabilità, anche con possibili conseguenze civili per i genitori nei casi previsti dalla legge.
Ai genitori non serve imparare ogni nuovo meme, né liquidarlo come una sciocchezza. Serve fare domande: dove si svolgerà il raduno? Chi lo organizza? Chi sarà presente? Che fine faranno i video? Soprattutto, serve spiegare ai figli che il divertimento finisce dove iniziano il pericolo e la mancanza di rispetto per gli altri.
I «punti aura» sono immaginari. Le conseguenze, invece, possono essere reali.

Per approfondire un tema o contattare l'Avvocato Aldo Benato puoi scrivere all'e-mail: [email protected]

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L'autore

Aldo Benato

Aldo Benato è un avvocato specializzato nella gestione e tutela dei dati personali e aziendali e in materia di criminalità informatica. Avvocato presso il Foro di Treviso e Data Protection Officer certificato ai sensi della norma UNI 11697, si occupa da anni di diritto e informatica e ha maturato una consolidata esperienza in materia di privacy & data protection, criminalità informatica e diritto della Rete. Parallelamente, matura una forte esperienza nel settore della formazione per scuole, aziende, professionisti e Forze dell'Ordine. Recentemente ha scritto il libro "Dizionario del Web - La guida per capire" (www.dizionariodelweb.it), uno strumento pensato per aiutare a sfruttare il web e la tecnologia con maggiore consapevolezza.